Elezioni Reggio, il duello è uno: tra libertà e servilismo

La giornata di ieri, lunedì, ha dato la rappresentazione plastica di questa distanza abissale

E’ vero che ha la capacità di incappare in un numero di scivoloni superiore rispetto alle parole pronunciate in pubblico, ma essendo “soggetto ignoto”, il candidato a sindaco di Reggio Calabria imposto dalla Lega, nascondendosi ad occhi e orecchie di cittadini che con lui non condividono né origini né storia, decidendo di non prendere parte ai confronti con i suoi avversari, non ha reso un buon servizio alla stima di se ed alla considerazione dovuta alla comunità, altra rispetto a lui.

Una consapevolezza alla quale è arrivato buon ultimo rispetto al resto della popolazione reggina che già da un pezzo aveva intuito la sua insuperabile difficoltà ad uscire dalla comfort zone di incontri per gli intimi organizzati dai partiti della coalizione. La domanda da porsi, quindi, è perché mai, a parte militanti e simpatizzanti dei partiti che lo sopportano e supportano, il resto dell’elettorato dovrebbe decidere di accordare la propria preferenza ad un signore attempato partito da Melito Porto Salvo mezzo secolo addietro e mai rientrato, salvo i sei anni passati all’interno di Palazzo Alvaro, sede della Provincia-Città Metropolitana? Non per niente, anche quei pochi che conoscono l’esistenza dell’alfiere del centrodestra in questa competizione elettorale fanno fatica anche a pronunciarne correttamente il cognome, il più delle volte storpiandolo in assoluta buona fede. Una condizione surreale in cui i rappresentanti locali della sua compagine, perfettamente consapevoli di tale situazione tragicomica, sono ormai obbligati, da pavidità ed opportunismi di poltrona, a trascinarsi dietro questo pesante fardello di irresponsabilità. Lascia interdetti che proprio il “fuggitivo” timoroso di incrociare gli sfidanti era stato il prescelto, dopo un parto assai travagliato, avrebbe dovuto incarnare il ruolo di principale competitor del sindaco uscente Giuseppe Falcomatà. Nella testa, nel cuore e nella pancia dell’opinione pubblica, però, gli eventi si sono incaricati di consegnare queste vesti ad Angela Marcianò che, a suo agio nell’indossarne i panni, giorno dopo giorno, è entrata, con la massima naturalezza, nei pensieri e nelle preferenze degli elettori quale vero soggetto politico da premiare per imprimere la sterzata decisiva ad evitare la rovinosa caduta in fondo al crepaccio verso cui il sindaco uscente ha condotto la città. Una solidità appassionata che, giorno dopo giorno, ha frantumato i castelli di sabbia che il centrodestra si è fatto costruire da Matteo Salvini, il quale, però, si guarderà bene dall’osservarne il crollo, lasciando che sulle macerie si agitino i fantasmi di una coalizione di facciata dominata da odi e veleni. Da un lato l’audacia della docente universitaria, dall’altro la timidezza inetta di un gruppo di personaggi in cerca d’autore che, da buoni vassalli, si inchinano ai loro padroncini romani. La giornata di ieri, lunedì, ha dato la rappresentazione plastica di questa distanza abissale: i simulacri di centrosinistra e centrodestra riverenti nei confronti di mezze figure scese per l’occasione da Roma fino a raggiungere la punta dello Stivale in un turbinio di frasi fatte offensive e brevi discorsi di circostanza. Un modo di fare politica stantio, antiquato, maleodorante di vecchio quanto le logiche alla base di carriere personali che hanno fatto la fortuna solo di coloro i quali se ne sono avvantaggiati. Comparse che si sono atteggiate a protagonisti messe fuorigioco da una protagonista che erano convinti sarebbe stata una comparsa. In quelle stesse ore in cui i proconsoli dei partiti in decomposizione accoglievano, servili, i loro signorotti, una giovane donna, tenace docente universitaria, con la corazza della sua autenticità e di un programma robusto, affrontava sicura e vigorosa la folla accorsa a Piazza Camagna. Lo spaccato di una campagna elettorale durante la quale in troppi si sono celati allo sguardo impertinente della gente comune, confidando in pacchetti di voti sempre più esigui, mentre altri si sono immersi nel loro habitat naturale: la vita di tutti i giorni. Da una parte (quello dei partiti delegittimati da ambiguità e sfiducia), l’urlo scurrile della prepotenza, dall’altra l’ascolto complice delle persone semplici; da un lato i magheggi equivoci dei sudditi, dall’altro il calore ed il trasporto verso un sogno di liberazione. Su un versante, quello occupato dalle due facce della stessa medaglia, il marciume di un Potere in putrefazione, dall’altro la città con i suoi inciampi e le sue attese, con le sue aspirazioni ed il suo struggimento di rivincita: al fondo di tutto il vociare, la linea rossa di demarcazione è tutta qui.

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