Elezioni Reggio. Chi ha “vinto” e chi ha “perso”: cosa hanno detto le urne

La città si dirige incerta verso il bivio del ballottaggio in programma il 4 e 5 ottobre

Il primo dato da cui partire per tentare laicamente un’analisi del voto a Reggio Calabria è quello relativo all’affluenza. Complici le limitazioni anti Covid 19 che, si immaginava, potessero rallentare le operazioni ai seggi, non sarebbe stata una sorpresa la continuazione del trend delle ultime tornate amministrative in riva allo Stretto: una costante diminuzione dei votanti. Così non è stato, anzi si è registrato un lieve incremento, di poco superiore al 2% rispetto a sei anni fa, frutto di una maggiore solidità degli outsider esterni alle compagini di centrodestra e centrosinistra, in numero simile in entrambe le occasioni, ma, evidentemente, di differente appeal. Per essere ancora più concreti la sola Angela Marcianò ha raccolto una percentuale di consensi ben superiore a quella di tutti gli aspiranti alla carica di Primo Cittadino presentatisi nel 2014 senza il robusto paracadute dei partiti. Uno scossone alla politica locale che avrebbe potuto essere ancora più violento se le liste a supporto della sua corsa, pure impegnatesi allo spasimo con ardore e coraggio, fossero state più competitive. Le preferenze indirizzate alla giovane docente universitaria sono sue e soltanto sue, il che comporta come unica logica conseguenza del ragionamento un dato di fatto indiscutibile: la giuslavorista dell’Ateneo messinese è già un soggetto politico autonomo. Proprio dall’autonomia, culturale e mentale prima ancora che politica, deve ora trarre l’energia necessaria per affrancarsi, fin da subito, da logiche spartitorie che non le appartengono, per storia personale ed intimo convincimento morale. Non entrerà in Consiglio da sola, lo farà idealmente con il notevole seguito creatosi attorno alla sua persona e che, nel tempo, è intuibile allargherà i propri ranghi in modo considerevole. Contestualmente, fare tesoro, anche all’esterno dei Palazzi, del gradimento ottenuto è per Angela Marcianò uno step fondamentale ai fini di un consolidamento ben radicato sul territorio: dare vita ad un Movimento che sia, al tempo stesso, fonte e terminale di idee e istanze sarebbe, quindi, la compiuta chiusura del cerchio. Non una sola oncia dorata della sua performance è stata sottratta dal non essere arrivata al ballottaggio: un risultato che, vista l’impressionante disparità di forze in campo, sarebbe entrato dritto dritto nei manuali di Scienze della politica. All’insegna del né con questo centrodestra né con questo centrosinistra ci sono spazi che i tempi ridotti di una campagna elettorale non hanno permesso di esplorare completamente e che, evitando accuratamente di intrupparsi con politicanti di mezza tacca, vale la pena perlustrare con la proverbiale intraprendenza della professoressa di Diritto del lavoro. E’ verso quell’area, ampia e ricca di prospettive, che serve continuare a marciare considerando il passaggio delle elezioni comunali un trampolino di lancio e non il materasso su cui lasciar cadere tutte le aspettative e le speranze per una città altra rispetto a quella attuale e passata, marchiata a fuoco dall’emarginazione delle eccellenze. Ad uscire ridimensionato non è certo il suo progetto, non è certo la sua proposta: quella mole di voti accatastati uno per uno rappresentano in modo puntuale questa realtà. Moralmente seppellito dalle schede piovute nelle urne è, al contrario, il centrodestra, arrivato con fatica al ballottaggio solo per merito della quantità di candidati al Consiglio e non certo per la loro qualità media. Sei anni, nel corso dei quali avrebbe potuto con estrema facilità mettere il cappello sul malcontento nei riguardi di Giuseppe Falcomatà, sono passati invano e la scelta, umanamente patetica e politicamente tragica, di puntare le proprie fiches taroccate su un candidato addirittura impensabile è la dimostrazione lapalissiana del fallimento totale di una sedicente classe dirigente che. dal tavolo nazionale, ha appreso della svendita Reggio consegnata a Matteo Salvini sull’altare di Campania e Puglia dove il centrodestra è stato asfaltato da Vincenzo De Luca e Michele Emiliano. Un giudizio severo che, si badi bene, non cambierebbe nemmeno in caso di vittoria di Pirro al ballottaggio, perché gli orrori commessi in serie non ammettono giustificazioni di sorta. Per la ragione speculare, il sindaco in carica può, invece cantare vittoria, a differenza di quanto pensa qualcuno mosso da brame propagandistiche di bassa lega. Buon ultimo rispetto ai tanti che lo hanno avvertito in corso d’opera, il Primo Cittadino si è finalmente reso conto dell’impopolarità galoppante e ha tentato, riuscendoci, di virare in extremis verso un destino fausto anche approfittando delle negligenze del centrodestra. Così facendo, ancora una volta ha palesato, a fronte di immensi limiti, caratteriali, politici ed amministrativi che dovrà necessariamente superare in caso di “secondo tempo” (a partire da un repulisti senza precedenti attorno alla sua cerchia di personaggi inadatti alla causa), alcuni punti di forza inoppugnabili: ha in mano redini e sorti del centrosinistra esercitando una leadership indiscussa all’interno della coalizione; sa come si gestisce una campagna elettorale, sia a livello comunicativo che nella caccia ai voti necessari; è riuscito a mettere su una compilation di liste più strutturata rispetto a quella improvvisata dell’alleanza avversaria. Qualcuno potrebbe obiettare, restando ottusamente ancorato ai freddi numeri e non sapendo coglierne il senso né interpretarne l’essenza, che rispetto al 2014 ha perso, strada facendo, una fetta cospicua di consenso: vero, verissimo, ma molto più corrispondente alla sostanza degli eventi è che fino a qualche mese fa solo qualche temerario provocatore avrebbe scommesso un centesimo sulla sua riconferma. Invece, soprattutto nelle ultime tappe di avvicinamento alla due giorni del rinnovo del Consiglio comunale, ha tirato fuori gli artigli e piazzato con abilità alcune questioni, per esempio ponendo al centro del dibattito la questione del debito. Facendo sponda con le parole del Segretario nazionale del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, e del ministro del’Economia, Roberto Gualtieri, ha avuto gioco facile nel convincere una discreta quota di elettori che, dopo anni di sofferenze patite per un Piano di rientro provocato dallo scialacquamento di risorse risalente alle stagioni precedenti, un eventuale secondo mandato, avendo a disposizione soldi prima mancanti, gli avrebbe dato la possibilità di realizzare davvero quanto programmato. Una narrazione a cui il centrodestra non ha saputo controbattere alcunché, se non il refrain, anche abbastanza volgare, del “Passa pa casa” che potrà anche far sorridere gli avventori dei peggiori bar di Caracas, Melito Porto Salvo e Santo Stefano in Aspromonte, ma non può costituire il perno attorno al quale costruire una credibile alternativa di governo della città. Tutto il contrario di quanto costruito da Saverio Pazzano e dal gruppo de La Strada, protagonisti di un lavoro monumentale, un mix eccellente di realismo e ideali, un’offerta ricca di suggestioni “rivoluzionarie” e programmi dettagliati. Fino all’ultimo giorno di campagna elettorale Pazzano, “armato” di megafono, ha battuto palmo a palmo ogni anfratto di Reggio Calabria, un viaggio ardimentoso intrapreso ben prima dell’apertura della campagna elettorale. Due anni di pensieri e resistenza, carichi di perseveranza e spunti, di guizzi e propositi messi neri su bianco. Un’operazione portata brillantemente a compimento e destinata, anche con l’ingresso a Palazzo San Giorgio, a regalare ossigeno puro agli asfittici e anneriti polmoni della politica reggina che si dirige incerta verso il bivio del ballottaggio in programma il 4 e 5 ottobre.

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