Ecco come si muove la ‘ndrangheta nel Vibonese: i DETTAGLI nella nuova relazione della Dia

Un territorio avvolto dai tentacoli della ‘ndrangheta, che persegue i suoi interessi non solo con i metodi della violenza, ma anche con quelli delle infiltrazioni nelle Istituzioni. È un quadro preoccupante quello che emerge nella relazione della Direzione investigativa antimafia relativa al periodo gennaio-giugno 2019.

Di seguito, proponiamo integralmente la sezione dedicata alla provincia di Vibo Valentia:

La provincia di Vibo Valentia continua a costituire territorio di riferimento della famiglia Mancuso di Limbadi, che si avvale di una serie di fidate consorterie satellite, vantando solide e consolidate alleanze con le cosche del reggino, in particolare quelle operanti nel territorio ricadente nella Piana di Gioia Tauro.

L’estrema pericolosità della cosca Mancuso – non solo nel profilo militare ma anche in quello, più insidioso, delle infiltrazioni negli apparati politico-amministrativi e nel mondo imprenditoriale – ha trovato un’ulteriore conferma nell’operazione denominata “Ossessione”, che testimonia come la cosca di Limbadi mantenga tuttora solida la sua collaudata vocazione al narcotraffico internazionale. Il 19 febbraio 2019, in Calabria, Campania, Lombardia, Liguria e Puglia, la Guardia di finanza ha eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di 25 soggetti, tra i quali esponenti di spicco della stessa famiglia Mancuso, indagati per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, aggravata dalle modalità mafiose e dalla detenzione di armi. Le indagini hanno fatto luce sull’operatività di fidatissimi referenti della predetta cosca di Limbadi nell’hinterland milanese, facendo emergere come sia la compravendita “all’ingrosso” di grosse partite di cocaina dal Sudamerica, sia gli affari intrattenuti con i principali cartelli maghrebini, per l’importazione di massicce quantità di hashish, siano stati agevolati proprio dalla “nota appartenenza dei principali attori a potenti famiglie di ‘ndrangheta”. Come emerso nel corso dell’inchiesta, per raggiungere i loro scopi i vertici dell’organizzazione si sarebbero affidati a navigati broker internazionali del narcotraffico, tra i quali emergeva, per il suo levato livello di specializzazione, un esponente di spicco della criminalità organizzata pugliese, originario del foggiano, deceduto per cause naturali nel corso delle indagini.

Un ulteriore, duro colpo è stato inferto ai Mancuso con la cattura, il 13 marzo 2019, all’interno di una sala

bingo di Roma, di un suo esponente di vertice ad opera della Polizia di Stato. Resosi irreperibile dal mese di ottobre 2018, quando si era sottratto alla libertà vigilata, l’uomo ha esibito, al momento dell’arresto, un documento d’identità contraffatto.

Nell’area del capoluogo non risultano sopite le contrapposizioni che, sin dal 2010, hanno visto il tentativo posto in essere dal locale di Piscopio (così chiamato perché ha la sua base operativa nella omonima frazione di Vibo Valentia) di spodestare e sostituirsi ai Mancuso. Tale situazione ha causato scontri tra i due gruppi, culminati in alcuni omicidi ed attentati come ricostruito nell’ambito dell’inchiesta “Gringia”, “quali macabre tappe di una vera e propria guerra armata, combattuta dagli esponenti degli opposti schieramenti con l’ausilio di killer prezzolati provenienti dalle regioni del nord Italia ed ingaggiati con il compito di dare esecuzione ai più spietati piani omicidiari”.

In tale contesto, il 9 aprile 2019, sempre a Vibo Valentia, nell’ambito dell’operazione “Rimpiazzo”, la Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 31 appartenenti al citato locale di Piscopio – tra i quali una figura femminile, con il ruolo di sorella d’omertà – ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso e concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento e rapina, detenzione e porto illegale di armi ed esplosivi, lesioni pluriaggravate, intestazione fittizia di beni, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, aggravati dal metodo mafioso. Nel corso delle indagini si è appurato come fosse in atto un tentativo del locale di Piscopio di spodestare e subentrare ai Mancuso, attraverso una lunga serie di omicidi, nella gestione degli affari criminali in tutto il comprensorio di Vibo Valentia, comprendente, oltre al capoluogo, le frazioni Vibo Marina, Porto Salvo e Bivona.

Secondo quanto emerso il locale vibonese, con base operativa a Bologna (dove sono state sequestrate armi) avrebbe rifornito di cocaina anche talune piazze di spaccio siciliane.

Ancora, il 12 aprile 2019, nell’ambito dell’operazione “Errore fatale”, la Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip presso il Tribunale di Catanzaro nei confronti di 4 persone indagate, a vario titolo, per l’omicidio di Fiamingo Raffaele e per il contestuale tentato omicidio di un esponente di vertice della cosca Mancuso. L’evento, verificatosi il 9 luglio 2003, era ascrivibile ai contrasti insorti nella gestione delle attività criminali tra i componenti della stessa famiglia mafiosa. Secondo quanto emerso dalla indagini, corroborate dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, le due vittime furono oggetto di una vendetta perché avrebbero deciso di compiere un’estorsione ai danni di una panetteria di Spilinga, sebbene l’esercizio commerciale fosse già sotto la protezione di un altro ramo della cosca Mancuso, commettendo, pertanto, un errore fatale. Tra gli arrestati figurano l’omonimo boss settantenne della cosca Mancuso, già detenuto, ed il capo del clan Accorinti, riferimento degli stessi Mancuso a Zungri, un sessantenne noto alle cronache per aver tentato, il 5 agosto 2018, di inserirsi abusivamente tra i portatori della statua della “Madonna della Neve”, Santa patrona del centro del vibonese, segnalato, nell’occasione, da alcuni cittadini ai Carabinieri, che sospesero la processione.

Le operazioni sopracitate “Rimpiazzo” ed “Errore fatale”, oltre ad essere foriere di un sostanziale cambiamento negli aspetti delle consorterie mafiose operanti nel vibonese, confermano come il locale di Piscopio stesse agendo in netta contrapposizione ai Mancuso, da cui era fortemente osteggiato, facendo dichiaratamente parte di quella rete che, sin dalla fine degli anni ‘90, riuniva in una stabile alleanza tutti quei gruppi divenuti insofferenti rispetto all’egemonia della cosca di Limbadi.

Tale rete era composta dalle cosche Anello-Fruci (stanziate nella zona dell’Angitola, estremità nord della provincia), dai clan Vallelunga-Emanuele (operanti nell’area delle “Serre vibonesi”, estremità orientale della provincia), e dal gruppo Bonavota (di Sant’Onofrio, a nord di Vibo Valentia).

Tornando brevemente sulle dinamiche ed operatività della provincia, nel capoluogo resta sempre attiva la presenza della famiglia Lo Bianco, mentre nell’area geografica di Mileto si segnala la presenza dei Pititto-Prostamo-Iannello, nonché nella zona marina quella dei Mantino-Tripodi.

Infine, le famiglie Fiarè-Razionale hanno la loro base territoriale nella zona di San Gregorio d’Ippona, mentre nei territori di Stefanaconi e Sant’Onofrio si segnalano le famiglie Petrolo, i Patania ed i Bonavota, questi ultimi fortemente proiettati anche in Piemonte, come emerso nell’ambito dell’operazione “Carminius/Bellavita 416 bis” del marzo 2019.

Appare significativo come nella provincia e nelle proiezioni extraregionali il traffico di sostanze stupefacenti resti l’attività più remunerativa.

Sempre funzionali al reperimento di liquidità risultano le estorsioni e l’usura, spesso utilizzate come veri e propri cavalli di Troia per penetrare l’economia legale, attraverso la progressiva acquisizione di imprese “pulite”, generando così una forte alterazione della libera concorrenza, nonché dell’economia e dei mercati. In tale contesto, gli atti intimidatori posti in essere con svariate modalità restano lo strumento più utilizzato dalla criminalità organizzata per indurre imprenditori e commercianti a pagare il “pizzo”, nella maggior parte dei casi non denunciato dalle vittime.

Il mercato clandestino delle armi resta, nella provincia, un’altra risorsa non trascurabile. È infatti, frequente il rinvenimento di armi, anche provenienti dall’estero, destinate al mercato clandestino.

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