E’ l’amore per la propria Comunità a fare la differenza tra un vero Sindaco ed un falso profeta

Falcomatà ha preferito danzare sulla buccia di banana dal sapore a lui più gradito, quello del rancore

Lo stile e l’eleganza, come il coraggio di manzoniana memoria, “uno non se li può dare” e Giuseppe Falcomatà non se li è dati.

Lo ha dimostrato, una volta di più, nell’occasione che avrebbe potuto e dovuto sfruttare per calarsi in un ruolo che non gli è mai appartenuto, quello di Primo Cittadino. Uno scivolone, quello in cui è incappato nel pomeriggio di Capodanno, reso ancor più antipatico dalla circostanza che si trattava di formulare gli auguri ai reggini, a tutti. indistintamente. E, invece, tanto per cambiare, il sindaco ha preferito danzare sulla buccia di banana dal sapore a lui più gradito, quello del rancore. Lo ha tradito l’artificio retorico che la storia ha reso celebre perché utilizzato, spesso e fin troppo volentieri, dai venditori di fumo che amano l’arte dell’inganno. Falcomatà, infatti, ha scelto di mettere al di là del piccolo, piccolissimo ormai, recinto in cui pascolano i reduci aficionados, tutti gli altri, additati come nemici della città, pur essendo, molto più banalmente, cittadini disgustati dal suo operato. Servendosi, come suo costume, di Facebook, ha lamentato, con il tipico vittimismo dei perdenti, che, qualunque comportamento o azione di cui si renda protagonista, sono oggetto di critica. Chi sta con lui è dalla parte delle “regole del vivere civile”, ama la città e la rispetta, chi non lo fa è un “vigliacco” che, poi, davanti ad una tastiera del pc, lancia i propri strali contro il sindaco. In realtà, è questa voluta identificazione tra incivili ed avversari ad essere un monumento alla viltà. Un Primo Cittadino che scarica le responsabilità dell’immonda quotidianità patita da Reggio Calabria sta ammettendo, se solo lo capisse, di aver fallito nell’esercizio del ruolo al quale si è candidato nel 2014. Mai è stato una guida e mai la città lo ha riconosciuto come tale. Ed è per tale ragione profonda che Reggio è allo sbando, è da questo deficit di conduzione che discendono le strade piene d rifiuti buttati dai “lordazzi” (altro aristocratico epiteto utilizzato nel recente passato dall’inquilino di Palazzo San Giorgio). E’ la totale assenza di controlli il fattore decisivo del caos che regna sovrano lungo le strade ed i marciapiedi da Catona a Pellaro. E’ la consapevolezza di poter agire impunemente a permettere all’arroganza dei tanti di farsi padrona dei pochi, inermi ostaggi di una prepotenza senza freni. E sì, per la responsabilità politica in capo al sindaco, è sempre colpa sua, anche se i suoi concittadini sono “evasori e trasgressori”, moltissimi dei quali, si fidi Falcomatà, quattro anni fa, con convinzione ed entusiasmo, votarono per lui e la sua “Svolta”. Vada a dare un’occhiata lui stesso, senza fidarsi di chi scrive, in quali condizioni versano aiuole e centri vari che, direttamente o indirettamente, sono stati presi, per mera propaganda, sotto tutela dalla sua Amministrazione. Poi, con onestà intellettuale, ci faccia sapere in quali condizioni di abominevole abbandono, li ha trovati. Il sindaco, con finta ingenuità, spende qualche lacrima anche per la presenza dei “benaltristi”, sempre scontenti qualunque cosa si faccia perché altre sarebbero state le priorità. Si tranquillizzi, è una categoria molto folta e che vanta un numero cospicuo di rappresentanti da Trento a Trapani. Ha torto marcio anche quando si offende perché finisce nel mirino dei detrattori (abbia fede, sono tanti, tanti, tanti di più di quanto lei stesso possa anche solo immaginare), sia che sia attivi per qualcosa, sia che esibisca il suo proverbiale immobilismo. No, non sono le stesse persone, ma fa comodo pensarlo e riferirlo alla città proprio per quel trucco retorico di cui sopra, che ha tra le sue varianti principali quella di ergersi a sacerdote della moralità e della coerenza, attribuendo, come logica conseguenza, la patente di amorale incoerente a chiunque non si inchini deferente. La verità è che Falcomatà è vittima della sua stessa debolezza: in caso contrario non si sarebbe arrogato meriti che, tecnicamente, non possono a lui appartenere. L’inadeguatezza, oltre a far commettere errori marchiani, impone, infatti, tempistiche sempre sballate e foriere di cattive figure in serie quando va bene, di menzogne palesi negli altri casi. Falcomatà, poi, esclude dagli auguri anche i professionisti del “non c’è nenti” dei quali, e le considerazioni di inizio anno ne sono una lampante testimonianza, è indiscutibile profeta: anche quelli, per amore di verità, hanno spadroneggiato nei secoli dei secoli a Reggio Calabria e, dunque, dove sarebbe la novità rispetto al passato? Non risulta che altri, prima di lui, del resto molto più attrezzati politicamente, siano mai stati infastiditi da tali presenze. Il cortocircuito che Falcomatà ha creato è esattamente quello cui accenna sul finire del lungo post su Facebook: perché è vero, verissimo, che si è blindato dentro Palazzo San Giorgio, salvo uscire solo per autocelebrazioni di poco conto. Un inganno di cui la città si è resa conto da subito e che gli ha contestato immediatamente, perché non si è sentita coinvolta, non ha visto nel sindaco quel “difensore del popolo” che da sempre ha cercato e continuerà a fare, indipendentemente dal colore politico. Ed è così che sono stati percepiti dai reggini sia Italo Falcomatà che Giuseppe Scopelliti, a prescindere dal giudizio politico che ciascuno conserva su entrambi. Né l’uno né l’altro si sarebbero mai posti come nemici di una parte, foss’anche minoritaria, della città, perché sia l’uno che l’altro hanno esercitato il mandato, mossi, non da un generico quanto sterile e chiacchierone, amore per la città, ma da un puro sentimento di condivisione con quella che consideravano una Comunità, la loro Comunità.





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