E’ giunta l’ora del risveglio della Destra reggina

A dare il la sono state le parole pubblicate dall’avvocato Luigi Tuccio in un post sulla sua pagina Facebook. L’occasione rappresentata dalle nomine dei nuovi sottosegretari del Governo presieduto da Giorgia Meloni, prima esponente di Destra a varcare la soglia di Palazzo Chigi nella storia della Repubblica italiana con i galloni di Capo dell’Esecutivo. Una congiuntura che non poteva passare sotto silenzio in riva allo Stretto dove quella parte politica custodisce tradizionalmente valori e idee da anni non incarnate da nessuna figura di rilievo. Perché, andando dritti al punto, dal 29 aprile 2014, data fatidica in cui Giuseppe Scopelliti ufficializzò le dimissioni dalla presidenza della Regione Calabria, quel vuoto è diventato, ogni giorno di più, un cratere, una voragine che tutto e tutti ha divorato nell’abisso dell’irrilevanza. In una democrazia, comunque la si pensi, entrambi i lati del campo devono essere occupati, altrimenti essa risulta monca.

Succede a livello nazionale dove si sono perse le tracce del centrosinistra, vale a Reggio Calabria dove, senza sprecare parole, il centrodestra, a maggior ragione quello a trazione meloniana, è conservato nella cassaforte dei ricordi e dei desideri. A nessuno che abbia un rispetto minimo per la politica verrebbe in mente di chiamare centrodestra quel gruppetto di confusi ragazzotti che siedono sui banchi del Consiglio comunale alla destra del tavolo della presidenza e della Giunta. Non saprebbero nemmeno loro spiegare come siano finiti là dentro e perché vi rimangano. Ma, si badi bene, la colpa non è certo la loro: essendo inconsapevoli di ciò che succede attorno, approfittano increduli della particolare fase storica e si godono un giro al luna park dove, in altri tempi, non avrebbero nemmeno conosciuto la strada verso la biglietteria. Le responsabilità sono addebitabili, invece, allo svuotamento progressivo, ma costante e ininterrotto, dell’azione di partiti e movimenti che sarebbe esagerato anche definire comitati elettorali. Quando, con la brusca uscita di scena da parte di Scopelliti, una sponda è rimasta in assenza di presidio, in pochi, ingenuamente, prevedevano che il prezzo di aver messo all’angolo le teste pensanti in grado di fornire un contributo essenziale per mantenere il consenso e vividi gli ideali sarebbe stato salatissimo. Alcuni hanno abbandonato la politica attiva, altri hanno dedicato impegno ed esperienza ad associazioni fuori dal perimetro partitico. Il risultato è che nell’anno di grazia 2022 la Destra reggina si ritrova sfiduciata, seppur combattiva, delusa ma fiera, sconfortata benché consapevole che permangono, nonostante tutto, le condizioni per riaccendere i motori. Sarebbe impossibile mettere in fila gli errori commessi da allora, soprattutto perché essi sono da distribuire tra la Capitale ed i militanti autoctoni. Sottovalutazioni figlie della necessità di accumulare voti e passi indietro obbligati di coloro i quali, al contrario, avrebbero potuto e dovuto avanzare in modo da garantire un radicale e deciso cambio di passo. L’esempio paradigmatico è dato da quanto accaduto due anni fa allorquando, al momento della scelta del candidato a sindaco che si sarebbe preso la briga, senza neanche troppe difficoltà, di mettere fuori dalla porta di Palazzo San Giorgio, un’Amministrazione Falcomatà disprezzata da gran parte dell’opinione pubblica, dalle viscere della coalizione non emerse null’altro se non una proposta apparsa, già prima della sua formalizzazione, come una sciagura. Ebbe gioco facile Matteo Salvini, di fronte alle tarantelle di Forza Italia ed alla paura fottuta di Giorgia Meloni, nel tirare fuori dal cilindro un coniglio bagnato, affogato nell’impopolarità. Un’operazione che al leader della Lega riuscì perché dalla base niente di credibile e valido era stato fin lì offerto: solo un vortice di promesse vane e nomi a casaccio. Eppure le avvisaglie, negli anni precedenti, erano molto ben visibili. Chiunque, purché dotato di onestà intellettuale, vedeva con quanta superficialità si concedevano diritti di cittadinanza ed ampi margini di manovra a individui che nulla avevano a che fare con la storia di Fratelli d’Italia. Osservava imbarazzato, commentava a mezza bocca, si lamentava sfiduciato, ma tirava dritto con la testa bassa ed una scrollata di spalle. Di un congresso neanche l’ombra, di una pervasiva azione in mezzo agli strati profondi della società nemmeno una timida parvenza in sfregio a quella che che è sempre stata la cifra politica della Destra: la naturale sintonia con il buonsenso popolare, depurato di infingimenti demagogici. La breve analisi di Luigi Tuccio, peraltro, collima in alcune parti con quello che era uno dei cavalli di battaglia di Enzo Vacalebre, del cui pensiero e delle cui manifestazioni coraggiose Reggio Calabria è rimasta troppo presto orfana senza nemmeno comprenderne appieno la straordinaria intensità intellettuale. Non era Roma a dover decidere il nostro destino, ma sarebbero stati i reggini ad avvertire l’alta responsabilità di costruirlo, scontro dopo scontro, confronto dopo confronto. Stringendo fra le mani la concretezza del realismo, ma con gli occhi ben puntati verso una visione alta, altissima. Certo, non ha alcuna utilità recriminare su un passato e su un presente caratterizzati da divisioni personali e gelosie ingiustificate. Né conduce nella direzione auspicata inchinarsi nel corso di cerimonie di autoproclamazione organizzate da personaggi improbabili i quali immaginano di essere al comando di un eserciti che non ne riconoscono la legittimità. Sono i loro calcolati interessi a fungere da freno alla vivacità di una base che, sotto la cenere, cova propositi di rinascita e voglia di mettersi al servizio di un sentimento e non di una persona, di un principio e non di una corte. Ci sono già gli uomini adatti, ci sono già le donne adatte: non c’è la necessità di andarli a pescare chissà dove, c’è la necessità di risvegliarne l’entusiasmo, di riaccendere la fiamma dell’amore nei confronti della città e del suo futuro. Sottrarli alle loro “solitudini”, riunirli in un unico luogo, discutere con il gusto autentico di farlo senza retropensieri e con l’obiettivo di fare sintesi collettiva seppellendo le velleità individuali. L’avvocato Tuccio ha lanciato il sasso: la speranza è che lo stagno ora si allarghi fino a diventare un lago, fino a diventare un flusso permanente di acqua vitale.

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