Due preti del Vibonese sotto inchiesta: la ricostruzione dettagliata della Procura

"I due preti non hanno offerto alcuna ricostruzione alternativa delle risultanze istruttorie"

In merito alla vicenda che ha coinvolto due presbiteri, la Procura della Repubblica di Catanzaro ritiene opportuno formulare talune precisazioni:
“Il 7 marzo scorso è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari del 25 febbraio, nei confronti di quattro indagati, due dei quali, nei 20 giorni successivi alla stessa notifica, hanno chiesto di essere sentiti dal Pubblico Ministero titolare delle indagini.


All’esito dell’interrogatorio reso dagli interessati, la Direzione Distrettuale Antimafia ha stralciato la posizione degli indagati interrogati ed esercitato l’azione penale nei soli confronti dei due sacerdoti, i quali non hanno inteso esercitare alcuna delle facoltà previste dall’articolo 415 bis del Codice di procedura penale e, pertanto, non hanno offerto alcuna ricostruzione alternativa delle risultanze istruttorie, né hanno segnalato circostanze nuove o diverse rispetto a quelle accertante nel corso delle investigazioni.
In particolare, i due prelati:
• non hanno depositato memorie o documenti,
• non hanno prodotto documentazione relativa ad investigazioni difensive,
• non hanno chiesto al Pubblico Ministero il compimento di ulteriori atti di indagine,
• non si sono presentati per rilasciare dichiarazioni, né hanno chiesto di rendere interrogatorio.
Pertanto, il 23 aprile è stata esercita l’azione penale e, ai sensi dell’articolo 416 del Codice di procedura penale, sono stati trasmessi gli atti all’Ufficio G.I.P./G.U.P. presso il Tribunale di Catanzaro”.
“Soltanto a seguito della notifica della data dell’udienza preliminare, fissata per il prossimo 3 ottobre, è pervenuta all’Ufficio del Pubblico Ministero – ricostruisce la Procura della Repubblica catanzarese – una comunicazione a mezzo p.e.c. del 24 maggio, con la quale il difensore degli indagati non ha formulato alcuna richiesta di interrogatorio per i propri assistiti, limitandosi a chiedere un colloquio dello stesso legale con il Pubblico Ministero titolare delle indagini.
Va altresì evidenziato che, nella nota redatta dalla Diocesi di Mileto – Nicotera – Tropea si fa riferimento alla circostanza che uno dei sacerdoti protagonisti della vicenda (Graziano Maccarone) è stato, a sua insaputa, registrato dalla persona offesa – vittima del reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso – e si allude al fatto che il contenuto di queste registrazioni sarebbe stato ‘artatamente alterato e artificiosamente interpretato, fino ad accusarlo di messaggi a sfondo sessuale con la figlia disabile’.
Si legge, inoltre, che ‘l’accusa di violenza e tentata estorsione di stampo mafioso usata da don Maccarone nei confronti di Mazzocca è senza riscontri nella realtà’ e che per tale ragione gli imputati hanno provveduto a sporgere querela nei confronti del denunciante, presso la Procura della Repubblica di Vibo Valentia.
Sul punto preme sottolineare che i plurimi accertamenti compendiati nel fascicolo delle indagini preliminari recano oltre alle iniziali registrazioni versate agli atti dalla vittima della vicenda estorsiva, le acquisizioni dei tabulati telefonici, gli esiti delle attività tecniche di intercettazione, nonché le dichiarazioni dalle persone informate sui fatti.
Proprio dagli esiti intercettivi è emerso che don Graziano Maccarone si era attivato per recuperare la somma di denaro data in prestito a Mazzocca, percorrendo quella che lo stesso prelato definisce come la cosiddetta ‘strada parallela’.
In particolare, ha rivolto a Roberto Mazzocca delle minacce esplicite, comunicate tramite don Nicola De Luca (il quale avrebbe dovuto fargli sapere che ‘se dovesse partire la macchina non si fermerà più’, avvisandolo di ‘stare attento, che avrebbe fatto una brutta fine’) e in ultimo – dopo aver preso contatti con soggetti di Nicotera Marina, tra cui il cugino Antonio Giuseppe Tomeo, vicino al 55enne Pantaleone Mancuso – ha riferito all’amico sacerdote di mettersi da parte, informandolo, il 18 ed il 26 marzo 2013, che sarebbero intervenuti direttamente ‘i suoi cugini’ e avrebbe recuperato il denaro ‘per vie traverse’, specificando altresì che si era ‘mosso con i suoi canali’, che ‘aveva informato la cerchia che lui sapeva’ e che fosse stato per la sua volontà, li avrebbe mandati quella notte stessa a picchiare Mazzocca, ma le persone alle quali si era rivolto gli avevano detto ‘Non è il momento…perché ora il fuoco è troppo alto e ci bruciamo tutti…perché se agiamo…questo fa una piccola a voi rimane la macchia…non è che non vi rimane”…Quindi non è ora…cercate un compromesso per temporeggiare…e poi interveniamo…'”
“Tale ricostruzione specifica dell’evoluzione dell’indagine – evidenza infine la Procura della Repubblica di Catanzaro – è resa pubblica al fine di dare massima trasparenza all’azione della Procura della Repubblica e della Squadra Mobile di Vibo Valentia, che hanno operato senza ‘artatamente alterare e artificiosamente interpretare’ le risultanze oggettive confluite nel fascicolo delle indagini”.

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