Per anni un’ampia, amplissima, porzione dell’opinione pubblica reggina si è abituata a considerare il contenuto della relazione della Commissione d’accesso, pilastro su cui si reggeva l’impianto accusatorio da cui è scaturito lo scioglimento del Consiglio Comunale, qualcosa di molto vicino alla Bibbia. Sì, è vero, grossolani errori materiali, abbagli ingiustificabili ed illogicità formali erano venuti a galla già nell’immediatezza della pubblicazione, ma, a distanza di cinque anni dagli eventi che hanno cambiato la storia recente della città in riva allo Stretto, affiora qualcosa di rilevante e meritevole di riflessione. Dubbi alimentati dalle recenti novità giudiziarie e che necessitano di essere dissipati rapidamente se l’obiettivo è quello di mantenere inalterata la fiducia nelle istituzioni. L’occasione è data dalla richiesta di rinvio a giudizio di Maria Luisa Spanò, dirigente del Comune che avrebbe rilasciato, è questa l’ipotesi della Procura della Repubblica, false dichiarazioni. Le viene, dunque, contestato, il reato di falsità ideologica. La vicenda al centro della querelle in Tribunale riguarda la Sati, la società a responsabilità limitata a capitale pubblico interamente detenuto dal Comune di Reggio Calabria e che era stata creata con l’intento di attrarre investimenti. A guidarla, in qualità di Amministratore Unico fu chiamato Ivano Nasso. L’inchiesta in oggetto nasce proprio dal desiderio di quest’ultimo di non veder infangata un’esperienza che, a suo giudizio, meritava ben altri riconoscimenti essendosi rivelata economicamente vantaggiosa per le casse comunali. Sarà ora un Tribunale della Repubblica italiana a dirimere la controversia e dire una parola di verità sul caso specifico dal quale è discesa la liquidazione della Sati. Le parole della dirigente Spanò, tre anni addietro responsabile del settore Servizi alle imprese e Sviluppo economico ed attualmente a capo degli uffici della Polizia Municipale e delle Politiche sociali, avrebbero riportato, si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, “episodi non veri in merito alla Sati”. Così facendo, si sarebbe resa responsabile, sostiene la Procura, di dichiarazioni secondo cui “la Sati non aveva personale dipendente, mentre in realtà aveva in corso cinque contratti di lavoro/collaborazione a progetto”. E ancora: “Non risultava che la Sati avesse in corso contratti dalla cui risoluzione, per effetto dello scioglimento della stessa, potrebbero discendere conseguenze dannose a carico della stessa o del Comune, mentre in realtà la Sati aveva contratti con i Comuni di Villa San Giovanni e Melito Porto Salvo”. Di fronte ad uno scenario simile, le perplessità di cui sopra emergono prepotenti e, con esse, le domande alle quali sarà la Giustizia a fornire le dovute risposte. Sarebbe imperdonabile immaginare che questa storia sia un affare tra Nasso e Spanò: in gioco c’è la credibilità dello Stato, la sua autorevolezza agli occhi dei cittadini. Non si tratta di prendere posizione, perché una visione autenticamente garantista, troppo spesso piegata ai meschini interessi di parte, impone di guardare con freddezza asettica ai fatti, ma proprio per questo è indispensabile che uno squarcio di luce illumini quel cono d’ombra nel quale in tanti si sono nascosti in questi anni beneficiando di una “svolta” su cui ora si addensa qualche nube.
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