In principio fu Bisignano, in principio fu la Paomar Siracusa nella “Prima” al PalaCalafiore e potremmo continuare a memoria fino alla prima serata di quell’8 giugno di meno tre anni fa. Lo potremmo fare perché c’eravamo e con noi c’erano poche decine di persone, ma non è questo ad essere rilevante, perché ad esserci, con una prepotenza incontenibile che prescindeva da tutto e tutti, era l’obiettivo, votato a ragione di vita.
Era la capacità, pura e semplice, di guardare dritto negli occhi il traguardo senza avere ancora raggiunto nemmeno lo striscione della partenza.
È con questo animus che è nata la SportSpecialist: un’identità unica, inconfondibile, quasi straniante per chi, non essendo il fondatore né il direttore generale, si ritrovava a partecipare alle imprese iniziali di una squadra di quarta serie — perché tale è la Serie B del volley — avendo piena, pienissima coscienza di avere a che fare con una struttura manageriale di primissima fascia da Superlega.
Qualcosa di mai visto, qualcosa di mai sentito. In un mondo che ha paura di dichiararsi, ma non di millantare; di esporsi, ma non di sproloquiare, ai margini di quel taraflex la concentrazione era totale, assoluta, radicale.
Non erano ammesse, prima di tutto a sé stessi, deviazioni. Errori sì, perché senza errori non sapremmo in quale direzione andare per non sbagliare, ma rotte diverse rispetto alla strada ispiratrice no, quelle non erano possibili.
Antonio Polimeni ha dato forma alla prima pietra di un sogno, cominciando da lì a tirar su un edificio solido che sapeva già da quanti piani sarebbe stato composto, perché conosceva, nel momento stesso in cui scavava le fondamenta, quanto meraviglioso sarebbe stato il panorama da un attico luminosissimo già sapientemente disegnato.
Per riuscire a trasformare l’idea astratta in mattoni, muri, pareti e pavimenti lì dove ancora non si vede nulla, sono indispensabili figure divorate dalla stessa famelica brama di donare qualcosa di grande alla propria vita. Il che non significa, egolatricamente, accarezzare il proprio narcisismo, ma dare qualcosa a tutto ciò che una vita la compone: quindi al contesto circostante, all’ambiente, privato e pubblico, nel quale ci si muove.
Sacrificarsi per una causa. Senza inutili romanticismi: impegnarsi a fare qualcosa di importante perché capace di regalare gioia collettiva.
Quanto quelle figure di cui sopra si sforzano di compiere ogni giorno. Il direttore generale Marco Tullio Martino, di mestiere avvocato, quella causa, quel sogno da portare a terra, lo ha abbracciato con tutta l’anima già prima che il club fosse presentato.
I giocatori sono stati scelti uno per uno, ove per “scelti” significa davvero operare una selezione compiuta dell’atleta e dell’uomo, perché entrare nel mondo Domotek, proprio grazie a quell’asticella fissata così in alto, non è da tutti, non è per tutti.
Lo spazio è riservato solo a chi ha qualcosa in più che faccia la differenza. Attenzione: non sul campo, ma soprattutto fuori dal campo. Solo uomini squadra, solo uomini che sanno stare in un gruppo, che sanno migliorarsi per migliorare il gruppo.
Se così non fosse stato, sarebbe stato impossibile — letteralmente e temporalmente — raggiungere un numero di conquiste superiore a quello delle stagioni trascorse dalla nascita del club. Due promozioni, una Coppa Italia, una Supercoppa: fanno quattro trofei. In tre annate sportive.
La promozione dalla Serie B alla A3 conquistata a Grottaglie, la Coppa Italia a Belluno, la Supercoppa a Reggio Emilia.
Lontano da casa, ma mai lontano dal cuore.
Ieri sera, in una domenica che quel cuore non dimenticherà mai, tutto è accaduto nell’inferno paradisiaco di casa propria: un PalaCalafiore pirotecnico, con micce di passione accese ovunque, pronto a salutare l’ascesa in A2.
Qualcosa che, se fosse stato conquistato ad altre latitudini, sarebbe stato salutato come un miracolo sportivo. Figurarsi in una realtà meridionale, figurarsi in Calabria, figurarsi a Reggio Calabria.
Ma a fare la differenza è proprio quella regginità, quel legame di appartenenza che fa remare spontaneamente tutti dalla stessa parte; che fa parlare al presidente Polimeni e al capitano Domenico Laganà la stessa lingua; che consente al direttore generale Martino e al direttore sportivo Cesare Pellegrino di intendersi senza la necessità retorica del classico sguardo d’intesa.
Pellegrino che, dopo aver rappresentato decenni orsono il volley reggino nelle vesti di giocatore, è lì con lo stesso entusiasmo e la stessa lucidità ad arricchire di conoscenza e conoscenze il cosmo Domotek.
E Billy Gurnari e Mirko Crucitti, figure cruciali nel disegnare scenari e nel dare la possibilità che si realizzino. E tanti, tanti altri che sarebbe persino scorretto elencare perché, inevitabilmente, sfuggirebbe qualcuno.
Il colmo, in una realtà come quella amaranto, dove nulla sfugge.
Chi scende sotto rete lo percepisce, lo sente, lo respira. Chi mette piede dentro quello spogliatoio si “Laganizza”. Diventa simbolo, diventa orgoglio reggino anche se i suoi natali indicano Milano o Padova.
Chiedete a Enrico Lazzaretto cosa sia per lui la Domotek, in tutte le sue sfaccettature. Chiedetegli di Reggio Calabria. Vi risponderà con una sensibilità e un attaccamento che non hanno nulla di diverso da chi è nato a Sbarre Centrali.
Parlate con uno qualsiasi dei ragazzi più giovani e fatevi raccontare cosa abbia rappresentato per ciascuno di loro quest’anno vissuto intensamente in riva allo Stretto. Rivolgetevi a chi, anche solo per pochi mesi, ha sudato quella maglia, sempre pronto a buttare una goccia di sangue in più.
Fatevi raccontare da Saverio De Santis le emozioni che gli scorrono dentro le vene ogni minuto di ogni giorno, da quando le sue prestazioni da Spiderman si sono colorate di veracità reggina. La sua veracità.
La scelta, le scelte, di uno staff tecnico che Antonio Polimeni alimenta e dal quale Antonio Polimeni viene alimentato.
La barca, però, adesso si è fatta troppo piccola rispetto al principio da cui siamo partiti: a salirci sopra sono state migliaia e migliaia di reggini che hanno sentito odore di entusiasmo, gioia, godimento.
Spesso si parla di effetto bolgia, ma la magia Domotek — che di magico non ha nulla, perché è tutto umanamente e faticosamente reale — ha fatto del PalaCalafiore una bolgia vera e propria, dove gli effetti speciali sono la coreografia.
Ed è da quella bolgia che si è issata la Domotek, nella persona del capitano, per salire un altro scalone verso quella gloria massima da afferrare.
Con Reggio. Per Reggio.
E ci potete giurare: non ci sarà da aspettare molto tempo. Quando il sogno non vola solitario, ma sale sulle ali della competenza e della serietà, sa già dove atterrerà. E sarà sulla vetta più alta.