Dieci, cento, mille Augias

La storia è sempre la stessa: un personaggio noto, meglio se con la libreria di casa riempita da volumi e non da bomboniere orribili di parenti e compari, si permette di buttare uno sguardo sugli avanzi di una terra completamente fuori dalle dinamiche della contemporaneità ed ecco che, come fosse un riflesso condizionato infantile, una parte, sguaiatamente rumorosa, ma per fortuna ben lontana dall’unanimità, si lancia a testa bassa contro l’osservatore che mette il dito nella piaga senza nemmeno spingere più di tanto.

Era capitato a tanti altri, negli ultimi giorni è successo a Corrado Augias, giornalista e scrittore che, alla nobile età di 85 anni, non avrebbe alcun motivo per giudicare negativamente lo stato pietoso in cui versa, ad ogni livello, una regione se non ne fosse convinto, senza ravanare nei buchi profondi della cattiveria gratuita. Quegli stessi pozzi neri nei quali, invece, cadono furiosi difensori della patria che, con la bava alla bocca, sbraitano nel vuoto pneumatico di motivazioni, merito, ragioni. Insulti, solo insulti per lavare l’onta dell’orgoglio ferito: non sia mai che qualcuno, con tono sommesso, indichi al mondo che “Il Re è nudo”. Superfluo rimarcare che i capataz della rivolta parolaia siano alcuni politichicchi, amputati sin dalla nascita di argomentazioni degne di essere definite tali e costretti, di conseguenza, a salire in sella al cavallo dell’indignazione popolare: la modalità più volgare per fingere di essere dalla parte dei calabresi. Quegli stessi calabresi che, accecati dalla loro pavidità, dal loro ossequio, dalla loro deferenza nei confronti di un qualsivoglia potere, non necessariamente politico, hanno perso la vista necessaria per osservare lo spettrale destino dal quale sono circondati. Noi, al contrario, dovremmo imputare ad Augias, di aver definito la Calabria “perduta e irrecuperabile” una volta ed una vota soltanto. Se questa verità fosse ripetuta da tanti ed in ogni occasione avremmo da guadagnare la via verso l’autenticità abbandonando definitivamente quella della favola dolce da raccontare, ma letale da digerire. Al giornalista romano è da addebitare, inoltre, anche un’altra colpa: aver dato la stura a Matteo Salvini o a Giorgia Meloni di lanciarsi nella mischia della polemica elementare. Quando c’è da scaraventarsi nella caciara sterilizzata dai ragionamenti i due campioni del populismo posticcio sono i primi ad accorrere trafelati. Facile, troppo facile, e anche vagamente codardo, abbozzare una difesa buttandosi a peso morto sul comodo lettino dove trovano posto i “pregiudizi, gli stereotipi, il razzismo” che soffocherebbero l’insopprimibile brama di riscatto di un popolo continuamente mortificato. Quel vittimismo di maniera che, esso sì, è il pregiudizio in quanto tale e lo stereotipo per definizione, fino a tuffarsi, senza potervi sfuggire, nei grandi classici della letteratura di genere, quello della “bellezza che la natura ha regalato a questa terra (sigh)” o quello “di un popolo laborioso”. Se a mare, invece che rifiuti e scarichi fognari, finissero, una volta per tutte, le difese d’ufficio di una comunità che si sente umiliata da una frase, ma non dalle condizioni squallide che rendono la vita dal Pollino allo Stretto ben più difficile di quanto non accada nel resto dell’Occidente, non servirebbe sperare di aprire le porte della realtà grazie all’altrui discernimento. Sì, chiunque, anche Corrado Augias, è a conoscenza dell’evidenza palmare che la Calabria trabocchi di professionisti eccellenti, di imprenditori audaci, di docenti preparati come pochi al mondo, di cittadini attivi e consapevoli, ma non basta, purtroppo non basta. Ad essere denigratorio, in realtà, è l’elenco dei drammi che ogni santo giorno il calabrese guarda di sbieco, con indifferenza, senza nemmeno rendersene conto, perché quella è la sua vita e solo in pochi, in fin dei conti, sono attrezzati per fare i conti con la propria esistenza, sia individuale che collettiva. Meglio continuare a sopravvivere nella melma e piangere perché i “cattivi” intellettuali radical chic ci trattano da brutti anatroccoli: andare davanti allo specchio e scoprire che non siamo il cigno bianco regale che ci raccontiamo di essere senza, peraltro, averne mai visto uno, sarebbe un colpo mortale alle residue possibilità di sopravvivenza, in particolare psicologica.

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