Demi Arena, un galantuomo retto che tale è non per sentenza

Il tempo giudica servendosi dell’unità di misura dei decenni. Questo è ciò che differenzia gli inganni della cronaca dalla Verità della Storia. Questo è ciò che mette nella posizione migliore chi punta tutte le proprie fiches sull’emotività di cui è facile preda l’opinione pubblica ostaggio di una quotidianità inchiodata ad un tam tam mediatico che picchia forte, non solo per malafede, ma anche per una influenzabilità acritica responsabile di danni incalcolabili per lo sviluppo ordinato di una comunità.

Reggio Calabria è un caso emblematico di come, e quanto, gli eventi collettivi, possano subire una drastica inversione di marcia a causa di una quantità smisurata di chiodi appuntiti che, a un certo punto, rendono impossibile proseguire lungo la via maestra tracciata da una visione politica limpida. Cosa è accaduto ormai un decennio fa, preparato con cura da manine e manone, visibili ed oscure, ha prodotto ripercussioni che vibrano ogni giorno nella pelle, bruciata dall’inganno, di una popolazione che ormai non crede più a niente, non crede più in nessuno e, quindi, per uno di quei paradossi che si ritorcono contro la perfidia, non può far altro se non rifugiarsi nel passato. Quel passato violentato dalla bugia, ma che, piano piano, sta rialzando il capo con la sola forza dei fatti, quelli duri come la roccia, più duri della calcolata ferocia diabolica di chi si è messo di traverso con consapevole malvagità.

La sentenza che proscioglie l’ex sindaco Demi Arena, perché il fatto non sussiste, dall’accusa, infamante per un amministratore pubblico, di aver falsificato il Bilancio, di averlo truccato, di averlo alterato, di aver manipolato i conti pubblici cittadini, è un vessillo, per niente sdrucito, agitato da tutti coloro che, pur avendo a lungo subito in silenzio la prevaricazione del sopruso, non hanno mai smarrito il contegno nobile del rispetto nei confronti delle istituzioni e dei suoi rappresentanti. Non ha niente per cui abbassare la testa lui, come non lo hanno due Segretari generali, un dirigente, tre Revisori dei conti. Loro non hanno motivo per camminare a testa bassa, altri, i cui passi sono appesantiti dalla ignominia delle trame ordite nell’ombra, invece, sono, invece, costretti dagli eventi a succhiare il sangue amaro della sconfitta. Si illudono con successi effimeri che li immettono sui sentieri oscuri del sottobosco del potere, ma presto o tardi, dopo aver girovagato tra un intrallazzo e l’altro, non trovano più il castello di calunnie che tanto si erano impegnati ad innalzare e ridotto in macerie dalle quali si alza il fumo olezzante melma e bassezza.

Perché sì, la Giustizia, quella avvolta dal manto del decoro, sa colpire con la sua spada e pone al di qua dell’orizzonte della decenza solo chi ha fatto della moralità pubblica e del contegno le sue stelle polari. I nemici, quelli che indossano le armature di latta dei mercenari, devono fuggire al di là di quell’orizzonte e continuare a celarsi sotto cupe insegne abiette: è solo questione di tempo, quel tempo, appunto, sinonimo di Verità. Demi Arena non aveva, certo, bisogno di una sentenza di proscioglimento per essere considerato una risorsa di particolare pregio per Reggio Calabria, ma per undici anni ha dovuto camminare guardingo sotto la Spada di Damocle di una falsa accusa alla quale hanno creduto in pochi, ma sempre troppi vista la palese infondatezza dell’insinuazione. Adesso i tasselli stanno, sia pur con eccessiva lentezza, rimettendosi al loro posto e giungerà il momento in cui la Storia si prenderà la sua rivincita e sarà in quel momento, soltanto in quel momento, che le angherie sofferte dai galantuomini come Arena, protagonisti di una stagione ben definita, diventeranno medaglie talmente splendenti da accecare gli occhi del disonore e della amoralità viaggianti su gambe smilze e piedi inzuppati nel fango.

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