Dal pentolone dell’inchiesta “Libro Nero” si alzano i cattivi odori di ipocrisia e falsità di certa “politica”

Un quadro desolante in cui è dipinta, con pennellate di diversi colori, una selezione al contrario,

Ad essere messa in discussione non è la separazione valoriale tra garantisti (nei riguardi dei cui principi regge una incrollabile fede) e giustizialisti, categoria volgare che nulla a che spartire con i cardini sui quali si regge una comunità civile.

Gli esiti dell’operazione “Libro Nero” piombati sulla politica reggina e calabrese, tuttavia, creano una frattura, difficilissima da ridurre, sia perché ad essere gettati nel pentolone bollente dell’operazione “Libro Nero” sono stati esponenti di primissimo piano sia di centrodestra che di centrosinistra, ma anche per la falsità sfacciata smaccatamente buttata in pasto all’opinione pubblica da Fratelli d’Italia e Partito Democratico, i due partiti decapitati dall’inchiesta. Il primo, impegnato ogni giorno ad autoincensarsi con sguaiataggine come la forza politica “legge e ordine” per eccellenza, in Calabria ha lasciato entrare negli ultimi mesi (anni) i personaggi più improbabili e chiacchierati, senza che nessuno della destra storica, “dura e pura”, abbia avvertito la necessità di balbettare qualcosa per fermare l’ondata davanti alla quale era necessario sprangare tutti gli ingressi, invece di spalancarli con l’entusiasmo di chi li si limitava a tradurli, miseramente, in pacchetti di voti. Provoca, quindi, un pesante voltastomaco leggere la nota con cui l’organizzazione di Giorgia Meloni, illudendosi di scacciare i fantasmi con cotanta faciloneria, sbatte fuori dal partito Sandro Nicolò un paio ore dopo l’arresto. Quella stessa Meloni che, dal palco di Piazza Duomo, nella città dello Stretto, arringava la folla sostenendo che FdI poteva, addirittura, esibire due autorevoli candidature a sindaco in vista delle prossime elezioni comunali. Ebbene una delle due era riferita entusiasticamente a quello stesso personaggio oggi estromesso a pedate. Si potrebbe dire, e infatti nella nota così è scritto, che si è trattato di un incidente di percorso di cui prima vittima è il partito, visto che: “Siamo sempre stati estremamente cauti prima di accogliere qualcuno che era eletto altrove, fino ad arrivare a chiedere informazioni ai giornalisti e alle Procure stesse”. Ebbene, così non è stato: è di tutta evidenza che la leader di Fratelli d’Italia, nella circostanza o ha mentito palesemente oppure, nel permettere l’accesso di Nicolò (ed altri) ,ha dimostrato di essere molto imprudente e accecata, anch’essa, dalla brama di sorpasso nei confronti di Forza Italia. La chiave del ragionamento risiede proprio in questo aspetto: se la politica fosse nelle mani di persone autorevoli e credibili non avrebbe bisogno delle entrate a gamba tesa della magistratura. Non servirebbe, infatti, alcun togato per sapere che qualcuno è meglio stia fuori dalla porta e, purtroppo per Fratelli d’Italia, questo era uno di quei casi. D’altra parte, circa i rischi connessi alla mutazione genetica di questo partito, ilmeridio.it aveva scritto in tempi non sospetti (leggi qui), ma se i politici in auge avessero capacità di analisi non ci sarebbe la necessità di affrontare determinati argomenti. Sull’altra sponda, quella che si affaccia sul mare eternamente melmoso del Partito Democratico, oggi è toccato a Sebi Romeo e, in questo caso, a contare è il peso politico abnorme della sua figura. Leader della maggioranza in Consiglio regionale, braccio destro e sinistro del presidente Oliverio: un ruolo apicale affidato a qualcuno che, come Nicolò, è stato, senza ipocrisia, sempre sulla bocca dei tanti che conoscono dinamiche e rapporti dominanti in questa terra disgraziata. Quello stesso Sebi Romeo, peraltro, che costituisce uno dei due pilastri su cui si sostiene da sempre il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, oggi più barcollante che mai. Soprattutto in virtù del fatto che non appare ben saldo, per usare un eufemismo, nemmeno l’altro pilastro, il cognato Demetrio Naccari Carlizzi, nell’inchiesta indagato a piede libero, ma di cui i magistrati dipingono un quadro devastante. Non fosse tremendamente tragica la questione, a renderla comica ci ha pensato lo sfortunatissimo Commissario provinciale Giovanni Puccio incappato in una tempistica ingannevole avendo offerto ai media una nota, qualche ora prima che scoppiasse il bubbone ‘ndrangheta-politica-imprenditoria, contenente, addirittura, tre volte, la parola “trasparenza”: una scenetta farsesca in piena regola, ma il PD in questo è maestro inarrivabile. Da queste parti serve tanto pelo sullo stomaco, una quantità tale che fanno molta, moltissima, tenerezza, quei militanti che, nonostante tutto, si accapigliano giocando a fare i casti virginei in una piscina colma di squali di cui essi stessi hanno beneficiato e beneficiano. In un sussulto di dignità, già nella seduta in programma domani, mercoledì, l’aula intera del Consiglio regionale dovrebbe arrendersi all’impotenza e mettere nelle condizioni il presidente della Giunta Mario Oliverio a convocare i comizi elettorali nella prima data utile. Analoga posizione dovrebbero assumere i consiglieri comunali reggini, ben consci che molti di loro sono diretta emanazione di Nicolò, Romeo e Naccari e perfettamente consapevoli che l’andamento dell’Amministrazione Falcomatà, negli anni, è stato indirizzato dai desiderata dei tre. Anche a tal proposito, dove sono i moralizzatori in servizio permanente effettivo, “quelli che l’integrità, la rettitudine, la dirittura, la virtù, la legalità”? Un quadro desolante in cui è dipinta, con pennellate di diversi colori, una selezione al contrario, un processo che, invece, di premiare i migliori, li scaraventa ai margini impedendo ai peggiori di essere scalzati finché non arrivano le toghe a cui, al contrario, sarebbe sempre bene non affidare funzioni vicarie, visto che ad essere in gioco sono lo Stato di Diritto e l’equilibrio dei poteri.

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