Da “cittadini” a “deputati”: così il Movimento 5 Stelle si è imborghesito

Ha fatto breccia nel cuore delle persone proprio perché si faceva percepire “tra la gente”. Ha sfogato i malumori di chi stava peggio, si è rivolto alla pancia degli ultimi, all’inizio con una terminologia non certo oxfordiana. Dalla “Vaffa Day” alle sortite di Beppe Grillo è stata una rivoluzione davvero dal basso non proprio politically correct. Il Movimento 5 Stelle – mentre gli altri ignoravano e sottovalutavano – è cresciuto sulla spinta del web e della piazza, con il sostegno di quanti in quelle parole ci hanno creduto, vedendo in esse un motivo di rivalsa. È riuscito in un’impresa impronosticabile solo qualche anno addietro, quella di andare al Governo.

Ma una volta raggiunto l’obiettivo si è visto contaminare dai riflessi di quel potere prima additato al pubblico ludibrio. Le denunce gridate sui social e per le strade si sono trasformate in un sarcastico boomerang: tralasciando i casi che hanno coinvolto i padri dei due leader del movimento (Di Maio e Di Battista), sono troppe le contraddizioni, le discrepanze fra il detto ed il fatto.
Il nuovo slogan “Se lo diciamo lo facciamo” scalda solo i più affezionati, perché il rapporto fra aspettative e riscontri non è di quelli che fanno esultare. Il reddito di cittadinanza, così come si è concretizzato, non è quello che si aspettava il popolo, il modo di approcciarsi alle dinamiche amministrative nemmeno. Il risposte, quelle tangibili, finora non sono arrivate. È cambiato il legame con il territorio (alcuni parlamentari sembrano essersi allontanati dalla base preferendo la sede romana), è mutato il modo di confrontarsi, di proporsi, di esporsi. È cambiato il linguaggio. Lo dimostrano persino i comunicati stampa: il “noi” è spesso diventato “io”, i “cittadini in Parlamento” sono divenuti “deputati della Repubblica”. La coltre di supponenza precedentemente imputata a Pd o Forza Italia, per alcuni, si è trasformata in una caratteristica acquisita. Per non parlare delle rivendicazioni di provvedimenti, trionfalisticamente sbandierati come successi, mentre il territorio gridava vendetta (vedi caso ripartizione fondi per le Province). Il tutto senza rendersi conto della gaffe. La sensazione che i parlamentari talvolta non conoscano i provvedimenti approvati si fa largo. Diverse poi sono le scelte adottate senza avere contezza della situazione e senza considerare la volontà popolare, in barba quindi al dimenticato motto “uno vale uno”. L’incoerenza fra le promesse strategiche pronunciate in campagna elettorale e gli atti realizzati cominciano insomma a lasciare il segno. La sicurezza, determinata dalla sostanziale assenza di oppositori credibili, ha fatto crescere l’ego. Non più il consenso: perché il popolo dà ed il popolo, se deluso, toglie.

Contenuti correlati

Commenta per primo

Lascia un commento