Caso Distretto, le sentenze via Facebook ed il ruolo del giornalista: FACCIAMO CHIAREZZA

Diciamolo subito: non intendiamo entrare nel merito dell’indagine sui presunti casi di assenteismo al Distretto sanitario di Serra San Bruno. Non siamo in possesso di riscontri certi, di prove inoppugnabili, di testimonianze indiscutibili: la verità, ci auguriamo, verrà fuori (speriamo non fra troppi anni) nelle Aule di giustizia, non sulle colonne dei giornali. Lo si deve alla cittadinanza e agli stessi indagati. Però, un aspetto – quello che è (ri)emerso con le precisazioni del legale di una imputata, seppur rivedibili nella parte in cui accomuna tutti i “giornali” (questo sì è “fare di tutta l’erba un fascio”) – va analizzato. Il rischio, oggi, è che le sentenze non siano quelle pronunciate dai giudici, ma dal “popolo della strada virtuale”, quello che commenta sui social con gli occhi accecati di rabbia senza distinguere fra indagine e condanna, fra ipotesi di reato e sentenza passata in giudicato, fra avviso di garanzia ed esecuzione del mandato d’arresto.
Partiamo allora da alcuni dati basilari: ciò che nell’imminenza dei fatti viene pubblicato dalle testate giornalistiche è la versione degli inquirenti costruita sulla base delle indagini. È quello che viene ipotizzato sulla scorta dei dati acquisiti e delle ricerche effettuate. È dunque qualcosa di molto serio, ma non è certezza assoluta. Perché ci potrebbero essere degli elementi non conosciuti: qui entrano in gioco gli avvocati che elaborano l’impianto difensivo secondo quanto prospettato dalle parti coinvolte. Chi si difende ha diritto di raccontare la sua versione dei fatti: anche queste dichiarazioni vanno ascoltate attentamente e puntualmente verificate. Chi subisce un’indagine, al di là dell’innocenza o della colpevolezza, vive un momento delicatissimo, di fragilità, forse di solitudine: i suoi sentimenti vanno, a parere di chi scrive, comunque rispettati.
Il cronista non può conoscere in tempo reale l’esatto andamento dei fatti: giusto, dunque, usare cautela. Giusto anche pubblicare, usando senso di responsabilità e secondo il principio del diritto di cronaca, ciò che viene “ufficializzato” dalle forze dell’ordine: si tratta di una fonte certamente attendibile. Il giornalista racconta quindi quello che la Cassazione definisce “verità putativa”.
Il nostro ruolo è difficilissimo perché si deve usare equilibrio e nello stesso tempo fermezza: è quello che cerchiamo sempre di fare. Bisogna distinguere pertanto fra chi fa sciacallaggio e chi fa informazione: ci sentiamo di dire di appartenere a pieno titolo alla seconda fascia. E auspichiamo che molti, anzi tutti, facciano lo stesso. Oggi, purtroppo, non è così. Altrettanto vero è che talvolta chi si difende si concentra sull’obiettivo sbagliato: i giornali – quelli senza pregiudizi e senza doppia morale – non sono avversari, ma parti di un sistema che, se opportunamente inquadrati, possono fungere davvero da “cane da guardia” a difesa della comunità e da strumenti di ricerca della verità.
“Il Meridio”, sin da quando è stato concepito a livello di idea, ha scelto di adottare una linea editoriale garantista, non giustizialista. Sappiamo che in ogni vicenda, in ogni decisione, in ogni azione ci può essere della sofferenza: per noi l’aspetto umano è da porre in primo piano. Sappiamo nello stesso tempo che la legalità è un bene irrinunciabile, è fonte di crescita e di sviluppo. Proprio per questo non esitiamo a denunciare quei comportamenti che ci riportano più indietro del Medioevo. Ma lo facciamo per amore di giustizia, non per invidia sociale, per vendetta o per senso di superiorità.
Lo abbiamo scritto nell’editoriale d’esordio e lo ribadiamo ancora: non andremo dietro a stili forcaioli o a mode del momento. Vorremmo, però, più coerenza da parte di tutti. Vorremmo che i principi di legalità e garantismo valgano sempre, e non solo quando i casi vengono percepiti come più vicini.

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