Cannizzaro ha messo fine a un assedio insopportabile e ora Reggio vuole volare

Per capire cosa le urne avrebbero urlato allo scoccare delle 15 di lunedì 25 maggio non era necessario chissà quale sforzo: bastava aprire un social network o fare un giro sul Corso Garibaldi domenica mattina per percepire che lo tsunami sarebbe stato talmente impetuoso da rendere urgente la chiusura nel cassetto dei tristi ricordi di ogni singolo giorno dei dodici stramaledetti anni di punizione falcomatiana.

La vittoria di Francesco Cannizzaro è stata sancita nel momento stesso in cui, in un tardo pomeriggio di fine marzo, ha consegnato a un video la decisione di candidarsi alla carica di sindaco di Reggio Calabria: un modo cortese, sul piano istituzionale, per comunicare che sarebbe stato lui, da lì a qualche settimana, a indossare la fascia tricolore.

Oggi non è il tempo delle recriminazioni. Troppe sarebbero, e sono, per essere condensate in una serie di riflessioni limitate a un articolo. Ci sarà tempo, o forse no. Forse è meglio rimuovere, dimenticare e fare tesoro di un’esperienza terribile che resterà, si voglia o no, una macchia indelebile sulla storia socio-politica di Reggio Calabria.

Fino alla mattinata di domenica, a non essere perfettamente limpida era soltanto la dimensione della spianata che Cannizzaro avrebbe impresso al centrosinistra. Perché fa bene il sindaco di Reggio Calabria a ringraziare ciascun candidato che ha avuto il merito di spingere una nuova narrazione della città, di trasmettere l’entusiasmo di una rinascita, di alimentare la speranza che un sogno potesse ancora trasformarsi in amministrazione e in politica. Però è lui il primo a sapere di avere fatto da detonatore e da miccia a una forza esplosiva che ha lasciato soltanto residui inservibili del vecchiume di stampo falcomatiano. Figure riconsegnate al ruolo che spetta loro, per (in)utilità esistenziale e (in)capacità tout court: comprimari destinati agli stanzini polverosi e bui di Palazzo San Giorgio dopo avere indossato le divise di caporali di un’armata di sbandati e derelitti convinti di essere generali di un esercito avanguardista.

Il nuovo Primo Cittadino, che tutto potrà essere ma non ingenuo, sa che di quegli sgabuzzini dovrà prendere personalmente possesso delle chiavi e lasciarli lì a marcire. Perché quella è gente da tenere lontana dai centri decisionali, figuriamoci dall’agone politico. Inutili spettatori di una nuova stagione: questo dovranno essere.

I numeri, a questo proposito, possono perfino diventare superflui, tanto enorme si è manifestata la voragine tra le due coalizioni. Come se la città avesse ripreso a respirare dopo anni di cappa opprimente durante i quali si è dovuta vergognare di essere amministrata da personaggi di quart’ordine investiti, per grazia falcomatiana, di ruoli apicali: assessori, vicesindaci e pennacchi vari oggi strappati con forza dalla potenza delle urne.

Cannizzaro sa come muoversi. Sa come rapportarsi a una città imbambolata da dodici anni di inedia amministrativa. E già in campagna elettorale la terapia è stata scioccante, quasi ansiogena, proprio per dimostrare che, per rialzarsi dopo le razzie perpetrate dai vandali istituzionali, è indispensabile una foga furiosa da cui tutti devono essere contagiati.

Proprio per questo sa, e lo ha già specificato più e più volte, che la squadra, in tutte le sue componenti — politiche, amministrative e di supporto — dovrà essere di primo livello. Non potrebbe essere altrimenti. Uno degli errori esiziali commessi già in principio da Falcomatà, al momento dell’insediamento, fu infatti quello di circondarsi solo ed esclusivamente di sodali servili da manovrare a piacimento, fossero assessori o dipendenti comunali, componenti dello staff o “consiglieri”. Una strage di intelligenze. Una carneficina di buonsenso. E a pagarne a carissimo prezzo le conseguenze sono stati i cittadini.

Il nuovo sindaco conosce alla perfezione il peso delle aspettative gravanti sulle sue spalle: enormi, al limite della sopportazione umana. È tale il rancore collettivo accumulatosi durante il doppio mandato falcomatiano che questo esito elettorale non può essere ridotto al banale epilogo di una normale contesa democratica. È stato molto di più. Una liberazione collettiva. Una deflagrazione emotiva destinata a seppellire tristezze, angustie, umiliazioni, mediocrità e prepotenze di una classe dirigente percepita da larga parte della città come distante, autoreferenziale e incapace.

Responsabilità che il sindaco dovrà fronteggiare sin da subito. I reggini erano disperati, depressi, svuotati, fino al momento in cui qualcuno ha prospettato loro qualcosa che restituisse una città ordinaria nella sua straordinarietà, che restituisse persino il senso dell’ordinarietà nella sua straordinarietà.

Perché funzioni, Francesco Cannizzaro — autorevole e ascoltato dirigente nazionale di Forza Italia, segretario regionale, capace di vantare rapporti di amicizia e confidenza sincere con ministri e parlamentari europei, deputati e senatori, per non parlare della relazione quotidiana con il presidente Occhiuto — metterà in moto quella che, convenzionalmente, viene definita filiera istituzionale. Per intenderci: quella dinamica politica di cui a Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro non conoscevano nemmeno l’esistenza. In fondo, perché mai uno qualsiasi degli inabili amministratori dal 2014 a oggi avrebbe dovuto anche solo avere il numero di telefono di uno qualunque dei soggetti sopra indicati, che invece dovrebbero essere interlocutori quotidiani?

Reggio Calabria, freddata dall’algidità del precedente sindaco, ha trovato in Cannizzaro la sponda naturale di quel calore umano che cercava. Ha avvertito che quei modi diretti, spontanei, meridionali, reggini rappresentavano psicologicamente la scialuppa di salvataggio su cui salire per tornare a navigare nel proprio mare, quello in cui una mano tesa è fondamentale per non affogare.

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