Bimbo maltrattato alla scuola materna: nel Vibonese sei maestre condannate dal Tribunale

il padre e la madre del piccolo si sono costituiti parte civile

Il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato le sei maestre che sedevano sul banco degli imputati nel processo derivato dall’inchiesta “Don Rodrigo”.

Sono state tutte considerate responsabili di aver maltrattato un bimbo frequentante la scuola dell’infanzia di Mileto. Il verdetto emesso nel corso del pomeriggio ha interessato: Francesca De Liguori Cimino, Elena Magliaro, Adriana Mangone, Maria Teresa Spina, a cui i magistrati hanno inflitto una pena a tre anni e sei mesi di reclusione; Maria Teresa Riso ed Anna Maria Veneziani, per le quali è stata decisa una condanna a tre anni di reclusione. Per loro è stata disposta anche l’interdizione dai pubblici uffici per un quinquennio. Il giudizio è stato più severo di ciò che aveva richiesto il rappresentante della pubblica accusa, il quale si era espresso affinché fossero comminati 2 anni e 4 mesi di reclusione ad Adriana Mangone, insegnante nella sezione cui era iscritto il piccolo oggetto dei maltrattamenti, ed a Francesca De Liguori Cimino, all’epoca fiduciaria del dirigente scolastico. Aveva poi reclamato due anni di reclusione nei confronti di Elena Magliaro, Maria Rosa Riso, Maria Teresa Spina; un anno ed otto mesi di reclusione a carico di Anna Maria Veneziani. Le indagini erano state avviate otto anni addietro in seguito ad una “soffiata” ai Carabinieri ai quali fu riferito che diversi fanciulli erano maltrattati dalle maestre. Uno di essi, soprattutto, veniva picchiato perché vivace. Il 26 aprile, poi, arrivò presso la Stazione dei militari dell’Arma di Mileto un pacco all’interno del quale era stato collocato un dvd in cui si sentivano e vedevano delle persone di sesso femminile che, all’interno di una struttura scolastica, rimproveravano un bambino in lacrime. L’attività investigativa condotta permise di individuare le donne ed il plesso. La Procura della Repubblica, a quel punto, ordinò l’installazione di sei telecamere di sorveglianza che confermarono i comportamenti violenti subiti dalla vittima. Il papà e la mamma, quando iniziò il processo, decisero di costituirsi parte civile.

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