A chi fa paura Scopelliti?

Poi, a un certo punto, però, la credibilità residua, gli avanzi di serietà istituzionale, i resti di un’antica deferenza nei confronti del potere costituito vanno a farsi fottere. Un episodio, e poi due, e poi tre, e poi ancora un errore, e una forzatura, e un accanimento che puzza lontano un miglio e tutti, alla fine, almeno tra coloro che possono vantare un quoziente intellettivo appena passabile, mollano la presa e alzano la bandiera bianca della resa all’inverosimile inscenato dalla giustizia italiana.

Evidentemente non sazi, nella migliore delle ipotesi, di aver goduto della vendetta concretizzatasi negli anni dietro le sbarre sbattuti in faccia a Giuseppe Scopelliti per reati che, pur accettando la tesi della verità giudiziaria, dovrebbero vedere dietro le mura di un carcere uno stuolo infinito di amministratori pubblici, ancora, a distanza di anni, la figura dell’ex presidente della Regione Calabria solletica istinti animaleschi in qualche “anima nera”. Istinti che, però, si manifestano ormai con modalità che saltano a piè pari perfino i limiti imposti dalla parodia. L’ultima, venuta alla ribalta in queste ore, ma riferita a “rivelazioni” che mestano e rimestano nel torbido infilato tra le pagine di un verbale datato 2013 (NOVE anni fa) pesca nel mare magnum di chi sa, in questo caso tal Antonino Parisi, perché ha gli agganci e i contatti giusti, come sono andate le cose nell’ottobre del 2004 quando furono rinvenuti panetti di tritolo nel bagno al piano terra di Palazzo San Giorgio. Un “finto attentato”, ci dicono, al quale lavorarono uomini appartenenti ai Servizi Segreti ed esponenti della ‘ndrangheta. Bene, ma anche il salumiere e il macellaio, il falegname e l’avvocato, l’insegnante e il veterinario, l’agente di commercio e la tabaccaia sotto casa, il Vigile Urbano e l’impiegato di banca, il medico e l’imprenditore, l’architetto e la casalinga: la quantità di informazioni, che segue sempre lo stesso canovaccio, fatta salva qualche modifica nella sceneggiatura, infatti, è tale che tutti, nel territorio comunale di Reggio Calabria sono nelle condizioni di svelare trame e misteri talmente tramate e talmente misteriosi che pure l’ambulante di Piazza del Popolo e il barbiere di Sbarre ne conoscono i più minuti dettagli. I collaboratori di giustizia che promettono narrazioni sconvolgenti sulla macchinazione risalente ad un episodio di 18 (DICIOTTO) anni addietro sono così tanti che, soprattutto, in un’epoca tristemente segnata dalla pandemia e dall’impossibilità di formare assembramenti, avrà reso necessario sistemare un eliminacode. Ognuno rispetti il turno e, se possibile, attenda pazientemente il momento propizio. Questo, ad esempio, è favorevolissimo: Scopelliti da una decina di giorni ha riguadagnato la piena libertà e, nonostante opponga a chiunque ne solleciti un ritorno alla politica attiva una sonora risata accompagnata da un no rotondo e intriso di disincanto, c’è evidentemente qualcuno che, con meticolosità rigorosa, va nel panico anche solo davanti alla remota eventualità, anche solo davanti all’ipotetica congettura. Alzare il ponte levatoio del castello per impedire un rientro sulla scena vagheggiato dai sostenitori (quelli non accucciatisi, docili, ai piedi dei nuovi ras a tempo determinato) sembra quasi diventata un’urgenza da parte di blocchi di potere trasversale che insistono e persistono senza sapere, senza capire. Non sanno che il punto su cui riflettere non riguarda la ricomparsa nell’agone pubblico del già sindaco di Reggio Calabria, ma le condizioni in cui lo stesso ritrova la politica dopo questo tempo di forzato distacco. Davvero abita questo pianeta chi ritiene che Scopelliti possa essere attratto da una competizione con capi manovratori idrici e segnalatori di guasti fognari, con cambialampadine e installatori di binocoli panoramici, con pensionati in guerra permanente con la lingua italiana e fantasmi che da otto anni brancolano a vuoto e nel vuoto dei corridoi del Municipio, con chi segue una dieta a base di “cuore umano” e chi subisce “attacchi a mano basse”, con estirpatori professionali di striscioni nell’aula consiliare e attorucoli affetti da paresi ridens, mulettisti e santoni? Suvvia, con il campo occupato da nullità insignificanti di destra e di sinistra, non è questo il tempo di chi prova a fare politica: attività completamente altra rispetto al circo allestito quotidianamente dalle parti di Piazza Italia. Proprio per questo non si agitino e continuino pure a dormire sonni tranquilli eroi poco silenziosi e fallaci modelli di vita: i nemici da combattere sono altrove, li si trova dove è stato deciso, e si decide tuttora, che Reggio Calabria doveva diventare un immondezzaio e per farlo serviva un altro panorama umano rispetto a quello precedente.

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