Tra viaggi e miraggi il PD calabrese è affondato nel mare della superbia

Chissà, probabilmente starà indicando il miglior bar sulla costa vibonese, convinto com’è che tra un caffè ed un prosecco si trovino le soluzioni politiche più efficaci, ma la foto a corredo di queste poche righe è la metafora perfetta di un PD, calabrese e nazionale, ormai incapace di indovinare la rotta. Nulla sarebbe cambiato se i due, Bruno Censore e Matteo Renzi, si fossero scambiati i ruoli: il secondo ad indicare la via, il primo a seguire con lo sguardo il suggerimento. Sarebbero comunque andati a sbattere. I primi a dover essere imbufaliti con capi e capetti, per il risultato emerso dalle urne, dovrebbero essere proprio i “marinai”, la “ciurma: gli elettori del Partito Democratico. Dovrebbero, o meglio, avrebbero dovuto, perché in realtà hanno preferito accovacciarsi ai piedi di leadership scialbe o delegittimate dagli eventi salvo alzarsi domenica mattina per correre verso il precipizio. E nessuno, si badi bene, si senta escluso: tutt’altro. Suona comica, come purtroppo gli capita spesso, l’analisi fornita a tal proposito da Giuseppe Falcomatà che, con ardore degno di miglior sorte, non aspettava altro se non una sconfitta cocente del suo stesso partito per vendicarsi del trattamento ricevuto da Renzi negli ultimi nove mesi. Prima lasciato fuori dalla porta della Segreteria nazionale del Nazareno, per fare spazio alla desaparecida Angela Marcianò, poi trattato da appestato nelle ore decisive per la scelta dei candidati alle Politiche del 4 marzo. Quale migliore occasione, allora, per togliersi le pietre, robuste e fastidiose, dalle scarpe? Peccato, però, che il commento offerto dal Primo Cittadino di Reggio Calabria sia quanto di più lontano dalla realtà e dalla verità. Con una velocità che non gli si riconosceva ha tentato una fuga immediata dalle responsabilità della sconfitta addebitandola, con codardia politica, a Renzi, Oliverio e Magorno. Troppo semplicistico, perché, se è vero che su loro tre gravano responsabilità enormi, è altrettanto vero che se, per caso, i reggini, avessero annusato anche in lontananza l’odore del “Falcomatismo” in un qualsiasi candidato, avrebbero riservato al PD una punizione ben più esemplare. Ne stia certo il sindaco, e ne stia certo anche il cognato, Demetrio Naccari Carlizzi, uomo forte, fortissimo della Giunta Loiero, che ora brama inutilmente un ritorno sulla scena e, con questo obiettivo, si è lanciato, anche lui con destrezza, all’esterno della casa divorata dalle fiamme. La Storia ha suonato la campana per la “politica al bar” rivendicata con orgoglio, per le Svolte fallite e per i ras di un tempo che fu: non sentirne il rumore fragoroso è rimasto un problema esclusivamente per le loro orecchie. La nave ha sbattuto ed il viaggio, magari rientrando dall’Egitto, è finito rovinosamente per tanti, nell’attesa che per i superstiti di oggi il miraggio di una riconferma evapori domani.

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