Viabilità da incubo e mancanza di programmazione: così rischiano di morire le Serre. LE TESTIMONIANZE degli operatori commerciali

Amministratori, cittadini, e sì, anche noi giornalisti. Tutti ci riempiamo la bocca con mielose parole sulla bellezza del paesaggio naturale, sul fascino della storia e della tradizione, sul mistero della spiritualità dei nostri luoghi, ma poi, proprio noi, non ci battiamo fino in fondo per il nostro territorio. Perché quelli che vediamo ogni giorno sono “i nostri abeti”, “le nostre chiese”, “ la nostra cultura”, “la nostra arte”, “la nostra gastronomia”. Lo diciamo, lo ripetiamo in maniera quasi meccanica, talvolta ipocrita, ma forse non lo capiamo perché quel territorio non riusciamo a sentirlo veramente “nostro”. E non facciamo una “rivoluzione civile” per riprenderci il nostro diritto al futuro, la speranza a non vedere i nostri figli scappare da qui, dalle nostre radici. A volte facciamo parole, leggere e teoriche, spazzate via dal semplice passare delle ore; di fatti eclatanti non se ne vedono.
Le nostre potenzialità turistiche non si traducono in crescita economica e sociale – quindi lavoro, opportunità, benessere, soddisfazione – per problemi di ordine materiale e immateriale e con la complicità di una perdurante abulia.
Accedere alle Serre è un’impresa. È talmente evidente che non fa notizia. Le difficoltà determinate dal pessimo stato della viabilità – derivante da anni di cecità amministrativa, abbandono politico ed assenza di senso di appartenenza alla comunità e impegno civico popolare – diventano ostacoli insuperabili per i visitatori che vorrebbero arrivare in autobus e per le imprese che vorrebbero raggiungere altri mercati.
Non c’è un vero piano di marketing territoriale, di esposizione mediatica, di collegamento fra le offerte turistiche. Non si contano le cancellazioni di prenotazioni in alberghi, ristoranti e musei; sono innumerevoli i casi di mancato guadagno. Persino chi eccelle dal punto di vista “tecnico” nel suo settore si trova a dover affrontare ripercussioni economiche dettate da questo tipo di condizioni ambientali.
Abbiamo provato a raccogliere qualche testimonianza sulle situazioni che le attività commerciali sono costrette a vivere riscontrando un tono quasi liberatorio nelle risposte alle nostre domande.
Svolgere il proprio mestiere offrendo prodotti di alto livello e contribuire alla crescita del proprio paese, è possibile, secondo lo chef Bruno De Francesco, titolare di “Zenzero”, “se i clienti riescono ad arrivare a Serra, ma qui purtroppo la situazione è davvero seria e grave! Quando i clienti ti chiamano la domenica alle 14 e ti dicono ‘ci siamo persi, ci aspettate?’, o ti disdicono il tavolo perché ‘la strada fa veramente pena, scusateci ma torniamo indietro’, allora tocchi con mano quale è la realtà dei fatti”.
Pensiero simile per Antonella Sibio, titolare dell’agriturismo “Il Casale” a Mongiana, che oltre alla disastrosa viabilità lamenta che “i miei ospiti sono dovuti andare via senza poter visitare Villa Vittoria perché per ottenere l’autorizzazione ad entrare avrebbero dovuto produrre una richiesta scritta almeno una settimana prima”. Sono due esempi emblematici di un malessere diffuso che può essere colto con una facilità estrema. O meglio, è un disagio traboccante, incontenibile, asfissiante.
Creare un’attività, dare sfogo alla propria passione ed al proprio talento, valorizzare quanto di straordinario custodisce il “proprio” fazzoletto di terra: altrove sono ipotesi normali per chi cerca, con il proprio sudore e le proprie competenze, di aprirsi una strada. Ma qui le strade rischiano di essere a senso unico: la direzione è per fredde città lontane che, però, ti consentono di vivere.

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