I rapporti finti, l’egoismo e la disaffezione della gente: così le nostre comunità si autodistruggono

Non è un problema di orario, né di location, né di argomenti. È semplicemente un atteggiamento mentale che spinge a “isolarsi” preoccupandosi delle strette esigenze della famiglia nucleare e rifuggendo dalle diverse forme di condivisione sociale. Ormai è un’abitudine assistere a Consigli comunali in aule deserte o a manifestazioni pubbliche partecipate solo perché sono stati coinvolti studenti ben lieti di lasciare la classe. È incontrovertibile: la gente – se non si tratta di iniziative a carattere culinario – non partecipa ad eventi a sfondo socio-culturale. È come se non ci si preoccupasse del “pubblico futuro”, preferendo occupare quelle frazioni di ora con gli occhi incollati al display del telefonino. Qualche sussulto di partecipazione popolare lo si vede solo nelle campagne elettorali comunali, quando dietro la preferenza espressa nel segreto dell’urna si cela un’aspettativa individuale abbeverata dalle promesse del momento. Da circa un decennio la tendenza è questa: sono spariti i dibattiti concreti, gli interventi dei cittadini, il confronto delle idee. È rimasta l’adulazione privata, vomitata vis à vis e comunque pronta ad essere trasformata in critica furibonda qualora il desiderio non venga soddisfatto. La perdita di fiducia nella politica, per via degli scandali, c’entra fino ad un certo punto. Il grosso lo ha fatto un sistema malato – in cui ognuno di noi recita pirandellianamente la sua parte – che privilegia le apparenze, gli egoismi, i rapporti finti. Premia chi loda senza ritegno e dice che l’azione è perfetta, salvo poi sparlare senza cognizione di causa appena l’interlocutore volta le spalle. Un sistema che relega nelle retrovie chi esprime liberamente il proprio pensiero, argomentandolo e portando a sostegno dati di fatto. Chi guarda in faccia la realtà, evidenziando le criticità e segnalando la necessità di correzioni senza conformarsi alla massa è considerato un fastidio. Questo sistema perverso crea malessere all’interna comunità, sempre più priva di un vero senso di appartenenza e di un complesso coordinato di valori condivisi. C’è il singolo, che gradisce solo la propria esaltazione. Non c’è una collettività, che non si riconosce come tale ed agisce di conseguenza. C’è Facebook, che presta evanescente quanto inutile celebrità. Non c’è la piazza, che per la costruzione del dialogo richiede di guardarsi dritti negli occhi.

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