Pronti a (ri)abboccare

La tastiera è un’amica che tradisce. Perché lascia trasparire i sentimenti del momento che, incisi su uno schermo di uno smartphone, si cristallizzano nella memoria di quanti leggono. Ed in questo frangente le emozioni che trasudano dai social network sono vicine all’odio verso tutto ciò che, anche vagamente, ha a che fare con la politica. Ma gli umori degli uomini, specie quelli di chi vive in una terra facile al disprezzo quanto al più sfrenato servilismo, sono volubili e basta una mezza parola per accendere le aspettative. I caratteri sono spesso deboli e gli specialisti delle acrobazie dialettiche non impiegano molto a piegare la resistenza di chi, nel suo subconscio, è attratto dall’adulazione.
Con la campagna elettorale alle porte, il marasma comincia ad impossessarsi di chi critica per cinque anni ma poi cade alla prima vacua promessa. Una giostra nota che si accende con cadenza svizzera e che travolge quanti hanno difficoltà a riconoscere l’emotività della fase e si sentono a loro modo importanti per l’estemporaneo apprezzamento di quel potente (di destra, di sinistra o di altra appartenenza politica poco importa) su cui hanno sputato veleno fino ad un minuto prima e che ora scrutano con indefinita ammirazione. Perché è capace di “dare il posto”, adesso che “sta per uscire il bando”. La stessa persona verso cui tra qualche mese torneranno a lanciare anatemi perché “la politica mangia e pensa solo per sé”. E verso cui saranno pronti a scaricare i propri personalissimi fallimenti, pretendendo – a differenza di quanto si dice – non un lavoro, ma uno stipendio. Che è diverso.
È un ciclo che si alimenta grazie all’incoerenza e allo sguardo corto di chi si fa abbindolare, oltre che alla furbizia di chi architetta il sistema. La politica è infatti il frutto della selezione operata dalla società: se la prima è marcia, lo è perché la seconda lo è anch’essa. È coloro che oggi condannano, sono pronti a fare di peggio di chi giudicano. D’altronde, essere disposti ad accettare “quel posto”, reale o fittizio che sia, implica una volontà ad approfittare della scorciatoia, a scegliere la strada che può far superare chi magari ha più titoli. Il punto è che se “il posto” lo ricevono gli altri si additano “ladri” e “falsi”, se invece c’è uno spiraglio per ottenerlo per sé (“il posto”) allora è tutto giustificato perché “io ho bisogno”. Come se “il bisogno” proprio fosse sacro e quello degli altri voluttuario.
Altro aspetto della questione è il paradosso per cui quei politici che sono generalmente lontani dalle necessità della gente comune ne conoscono poi le fragilità intellettuali e sanno quali corde toccare per stimolare le illusioni.
Ed ecco che torniamo al punto di partenza. Occhio a divulgare le più intime sensazioni, perché colui che adesso condivide pensieri e visioni domani potrà diventare un acerrimo nemico, pronto a sfidare per quel “posto” di cartapesta e a rinfacciare le frasi scritte con superficialità o con la banale speranza di raccattare qualche “like”.

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