L’impero è crollato: è la fine del “censorismo”?

Che non avesse contezza di quello che stava esattamente accadendo lo avevamo capito da mesi. Lo avevamo dedotto da atteggiamenti da “marchese del Grillo”, tipici di chi è abituato a sentire le lodi sperticate cantate da chi gli sta a fianco e lo asseconda, ma non ad ascoltare le voci che provengono dalla gente. E Bruno Censore ha continuato su quella strada senza cambiare rotta, senza accorgersi che la verità non è un “monopolio” di chi detiene il potere. L’ostinata convinzione ripetuta ai microfoni di Radio Serra lo ha confermato, la cieca chiusura a palazzo Chimirri – in cui anziché dedicare spazio ai programmi ha preferito dedicare tempo ai nemici immaginari (fra i passaggi meno lucidi: “i giornali on line ‘Il Meridio’ e ‘Il Vizzarro’ scrivono contro di me e io voglio che da lunedì continuino a farlo”) – lo ha ulteriormente ribadito. E lui, senza fermarsi a riflettere sui “perché” dei calabresi, è rimasto inchiodato sulle sue personalissime credenze, sui “Mi piace” farlocchi di chi lo criticava aspramente dietro le spalle, sulle parole di chi gli prometteva un impegno in realtà portato avanti più che timidamente.
Censore ha perso – oltre e soprattutto che per quel “vento” che trascinava e che più volte abbiamo citato – per i troppi “io” usati, per la sensazione di arroganza che ha trasmesso, per non l’aver capito che spesso i discorsi amari che vengono da lontano sono più sinceri di quelli dolci della porta accanto.
Censore ed il “censorismo” hanno perso perché nel 2018 i metodi della “vecchia politica” non funzionano più, perché la gente s’informa e valuta.
Censore ha perso perché non ha imparato dalla storia: è caduto l’Impero romano, figuriamoci se poteva resistere in eterno quello serrese.
Censore ha perso perché alle critiche dei competitors si risponde facendo sentire le proprie ragioni e non chiudendosi nel silenzio aspettando che il caso si sgonfi. “Per me parlano i fatti” ha detto venerdì a palazzo Chimirri: risposta, con tutta evidenza, superba e insufficiente.
Censore ha perso anche perché alla fine i cittadini credono a chi dice la verità, non ai presunti colossi dell’informazione che raccontano storie a cui non partecipano e che modificano a seconda delle telefonate che arrivano.
Non sappiamo se è già pronto il salvagente di un posto in Giunta regionale, il dato oggi è che dopo tanti anni Censore perde. Aveva già perso alle comunali del 2011, quando si candidò nella lista “Città degli abeti” e arrivò terzo non risultando eletto. Ma quella era una partita locale. Quella del 4 marzo aveva un significato diverso: lo scenario politico provinciale, regionale e nazionale è sconvolto; il futuro è un grosso punto interrogativo.
Certo, Censore ha fatto meglio degli altri esponenti del Pd dimostrando una maggiore capacità di “fidelizzare”, ma la caduta è fragorosa: la portata la comprenderemo a pieno fra qualche settimana, quando cominceranno a manifestarsi gli effetti della sconfitta.

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