La Calabria non esiste: tra Catanzaro e Reggio la “guerra” è sempre dietro l’angolo

La Calabria non esiste, la Calabria non è mai esistita. Nessuna novità, nessuna sorpresa: di Calabrie ce ne sono sempre state ben più d’una, al punto che alle elezioni Regionali del 2005 un manipolo di docenti universitari diede vita ad una lista denominata, appunto “Progetto Calabrie”, il cui successo nelle urne fu, a dire il vero, possibile solo grazie al sostegno decisivo degli esecrati partiti, in quel caso Italia dei Valori e Comunisti Italiani che, infatti, elessero Maurizio Feraudo e Michelagelo Tripodi. La riprova che il più deleterio campanilismo non ha mai cessato di produrre effetti devastanti su una terra già devastata di suo è arrivata dall’ultima, stucchevole, polemica, relativa, udite udite, alla sede della Direzione Generale dell’Agenzia delle Dogane. Un ente, nessuno ce ne voglia, che, fino a poche settimane addietro, era pressoché sconosciuto alla stragrande maggioranza dei calabresi ed assurto agli onori della cronaca sol perché gli uffici sono stati istituiti nel capoluogo regionale. E’ stata questa la stura per l’avvio della “Fiera dei mediocri”: politici e politichicchi dell’una e dell’altra fazione cittadine, gli uni contro gli altri armati di ipocrisie e stupidaggini, hanno rivendicato l’eccezionalità del proprio “castello”, sede naturale ed ovvia (?) degli uffici doganali da cui, per qualcuno di lor signori, dipenderanno evidentemente le sorti dell’universo. Sebbene sia stata l’ennesima occasione per Falcomatà di dimostrare la sua assoluta inesistenza politica grazie aduna figuraccia che si confonde con le decine e decine di altre che resteranno come sua unica eredità quando tra un anno e mezzo o giù di lì libererà le stanze di Palazzo San Giorgio, è necessario ammettere che, nella circostanza, ha potuto godere di una pessima compagnia formata da coloro che. al contrario dell’invisibile sindaco reggino, hanno colto l’occasione per alzare i toni e riproporre, con toni minacciosi le stesse, medesime, pericolose provocazioni del ’70. Assumendosi, in tal modo la responsabilità di indossare i panni dei “cattivi maestri” e cavalcare l’onda per rimettere al centro della discussione la mai superata vexata quaestio del capoluogo e della sede del Consiglio regionale. Uno spettacolo indegno che ha visto come inatteso protagonista principale Nicola Fiorita. Partito lancia in resta per conquistare mari e monti alla guida di tre liste civiche, approntate per le elezioni Comunali dello scorso anno, fu costretto a battere in ritirata già all’epilogo del primo turno, perché sempre gli esecrati partiti avevano avuto la meglio portando al ballottaggio Sergio Abramo ed Enzo Ciconte. Come noto, il primo, che a differenza di Falcomatà, sa fare il sindaco, nel secondo turno trionfò a mani basse, ma da allora Fiorita, entrato in Consiglio comunale ha maturato, evidentemente un pensiero politico talmente articolato da renderne necessaria, a beneficio delle sue milizie in rotta, la condivisione su Facebook. L’oggetto, neanche a dirlo, grazie all’evidente assenza di problemi che riguardano Catanzaro, ha interessato il vessillo che qualcuno non ha mai ammainato a distanza di 48 anni. “Leggo con grande rammarico – ha aizzato le folle sul social network – che il Comune di Reggio Calabria intende ricorrere contro la decisione di istituire a Catanzaro la direzione interregionale delle dogane. E’ un atto incomprensibile, anche alla luce del fatto che quel che era a Reggio resta a Reggio, destinato a rinfocolare antiche rivalità, di cui nessuno sente il bisogno. Ma è anche un atto che testimonia un grande equivoco, che si protrae da 48 anni e che non è più sopportabile”.
“Credo che sia venuta l’ora – arringa, dalla ridotta dell’opposizione consiliare, le masse popolari colui che una riga più su si era scagliato contro coloro che ‘rinfocolano antiche rivalità’ – di riportare a normalità la nostra Regione, dando alla città capoluogo il ruolo, le competenze, le istituzioni che sempre e dovunque spettano alle città capoluogo di Regione”.
“Per questo – e qui arriva la rivelazione nascosta fino all’ultimo per mantenere alta la suspense tra i barricaderi del ‘Cambiavento’ – intendo proporre appena possibile una mozione, che spero possa essere votata all’unanimità dal Consiglio comunale, con cui chiedere che il Consiglio regionale della Calabria venga finalmente ubicato nella sede del capoluogo della Regione”. Nel leggere e rileggere questo manifesto rivoluzionario postmoderno, i catanzaresi avranno cominciato a mangiarsi le mani per non aver voluto dare credibilità a questo signorotto della rivolta fuori tempo preferendogli il più serio Abramo, ma stiano tranquilli: hanno finalmente trovato il loro “Masaniello” che, blindato da una mozione, si lancerà all’assalto della Storia per vendicare il sopruso patito.

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