Il dilettantismo di Falcomatà, la crudeltà dei celoduristi sulla pelle dei migranti: in Calabria va in scena la fiera della bestialità

Ciò che di più bestiale poteva essere fatto per svilire il fenomeno epocale dell’immigrazione lo hanno fatto. Tanti, anche alle latitudini calabresi, i protagonisti di questa messinscena indecorosa sulla pelle di esseri umani in carne ed ossa. Tutti condizionati da esponenti delle istituzioni che in altre epoche, per usare un’espressione cara a Silvio Berlusconi, avrebbero “pulito i cessi di Mediaset” (e non solo tra i 5 Stelle, come da citazione originale) alimentano irresponsabilmente una guerra feroce tra soldatini improvvisati da pescare in un’opinione pubblica ubriacata da slogan dementi scambiati per posizioni politiche degne di nota. Un’arma di distrazione di massa: questo è ciò che è diventata la tragedia dell’immigrazione. La gazzarra animalesca scatenatasi attorno al destino dei 639 migranti a bordo della nave Aquarius ha come prime vittime la solidarietà e la fratellanza. Poi, a seguire, le regole basilari del buonsenso, da una parte e dall’altra. Perché se è di tutta evidenza che quello dell’accoglienza non può essere un fardello da caricare esclusivamente sulle spalle di Italia e Grecia, è altrettanto ovvio che quella dei respingimenti non è e non può essere un’opzione praticabile, sotto ogni punto di vista, umanitario prima di tutto. Quella dell’odissea dell’imbarcazione battente bandiera di Gibilterra è stata l’occasione per far salire in cattedra, nella nostra regione,

avvocaticchi da liti condominiali che sproloquiano, annegando nel loro personalissimo mare di arroganza, di leggi senza conoscere una sola virgola delle Convenzioni internazionali che regolano la questione (dalla Convenzione di Amburgo del 1979 al Testo unico sull’immigrazione, dalla Convenzione di Ginevra del 1951 al Protocollo 4 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, tanto per citare solo alcuni esempi). In questo caso, tuttavia, anche il Diritto fa un passo indietro e si inchina, riverente, al sacro principio dell’Umanità che, proprio in virtù della sua assoluta primazia sul resto delle banalità di questo mondo, non merita di essere armeggiato da mani sporche di ipocrisia. Perché in una terra abitata dalla sofferenza, come la Calabria, accogliere è un dovere inderogabile, proprio per la naturale condivisione dei drammi esistenziali, ma ciò non sposta di un millimetro il punto situato all’altra estremità del ragionamento. Senza che nessuno lo chiamasse in causa, infatti, e senza che avesse alcuna competenza in merito, il sindaco Giuseppe Falcomatà ha fatto la voce grossa rivendicando orgogliosamente che il porto di Reggio Calabria, anche a fronte della decisione (squallidamente propagandistica) del titolare del Viminale, sarebbe stato aperto all’arrivo dei disperati salvati in mezzo al Mediterraneo. Parole, solo parole, che però hanno un altissimo valore simbolico. Esse scontano, purtroppo, un solo vizio originale: quello della provenienza. In questo lembo di terra dov’è il novello profeta della sensibilità umana quando un’intera città, nello specifico la sua, quella di Reggio, è assetata per la mancanza di acqua? Per un anno durante il quale gran parte di essa è rimasta all’asciutto per mezza giornata al dì non una sillaba è stata pronunciata dall’inquilino di Palazzo San Giorgio. Dove si nasconde quando vengono calpestati i diritti alla mobilità (vedi l’immane figura ignobile di cui questa Amministrazione non potrà mai finire di vergognarsi per come ha gestito la vicenda dell’Aeroporto che rimane aperto solo per rendere plasticamente visibile la presa per i fondelli ai danni degli utenti già “volati”, come le parole false pronunciate dai capataz di Palazzo San Giorgio, da tempo verso lo scalo di Lamezia Terme)? Dove scappa quando viene messo a durissima prova il diritto alla salute? Non un singulto, non l’emissione di una sillaba quando l’ascia dei tagli si abbatte sul Servizio sanitario mettendo a serio rischio la vita di chi, in preda ad un grave malore, va incontro, suo malgrado alla roulette russa della presenza di un’ambulanza che lo trasporti d’emergenza in ospedale? L’elenco delle tragedie quotidiane che affliggono un territorio senza lavoro e, al momento, senza speranza di resurrezione, potrebbe continuare all’infinito perché Reggio Calabria non è Treviso, anche se Falcomatà ed il suo sparuto di reduci aficionados sembra non dispongano di questa conoscenza elementare. Ciò detto, l’indegna cagnara allestita dai duri e puri esultanti all’ululato celodurista di Salvini contro uomini, donne e bambini ostaggio della indifferenza ostile rappresenta uno dei punti più bassi dell’infame campagna razzista da parte di un popolo accecato dall’egoismo ottuso e dal nitido olezzo d’ignoranza. Un popolo, quello calabrese, che per decenni è stato umiliato dai “padroni” delle case a cui ha bussato agitando mani appesantite dall’angoscia ed oggi si arrende alle sue stesse povertà morali.

Contenuti correlati

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*