I platani di San Rocco e l’ipocrisia della comunità: Serra e i segnali della decadenza

È stato motivo di indignazione e polemiche l’abbattimento di alcuni platani secolari nell’area antistante la chiesa di San Rocco. Una decisione che sarebbe stata presa dalla parrocchia di San Biagio ed autorizzata (o comunque non ci sarebbe esplicito diniego) dalla Regione Calabria. Nella vicenda nessun ruolo sarebbe stato giocato dal Comune di Serra San Bruno, che non avrebbe ricevuto alcuna documentazione. Il motivo di tanta ira è da individuarsi nel valore in termini ambientali di tali possenti alberi e in ragioni di carattere affettivo. Le prime giustificazioni, consistenti nell’indicazione di complicanze e presunti disagi nella gestione della difficile situazione inerente la (de)cadente chiesa, non hanno fatto che ampliare il dissenso. Anche perché i platani, secondo le prime verifiche, non presenterebbero segni di una irreparabile compromissione.
Effettivamente, anche chi non è un esperto può notare che il paesaggio ha ora un aspetto impoverito ed esteticamente peggiorato. In sostanza, i cittadini che hanno liberamente criticato la scelta si sono sentiti toccati in quella che potremmo definire una sorta di coscienza storico-culturale.
Riconosciuta la privazione “sentimentale”, preso atto del risveglio della (apparente) capacità di reagire della popolazione di fronte a ciò che viene considerato come evitabile o deleterio e rilevato che la puntuale comunicazione dei fatti avrebbe potuto certamente essere gestita in maniera più efficace dagli autori dell’iniziativa, va però anche detto che la comunità, nel suo insieme (quindi dal più ininfluente degli abitanti ai vertici dell’Amministrazione comunale), ha le sue responsabilità. Che sono quelle riconducibili al non occuparsi della memoria e dei luoghi se non quando le conseguenze sono irreparabili, al non aver provveduto a ristrutturare per tempo quella chiesa e curato quell’area quando i danni erano ancora minimi (al di là degli interventi dell’apposito Comitato, se la popolazione se ne fosse fatta carico concretamente le cose sarebbero diverse), all’essersi fatta travolgere dalla invisibile quanto devastante corrente della secolarizzazione, dell’oblio e del consumismo, all’aver associato – inconsapevolmente – località San Rocco solo al 16 agosto o al più al giorno successivo dimenticandosene nel resto dell’anno, al non aver davvero “vissuto” ogni palmo di quel verde che oggi si piange, forse in qualche caso in maniera ipocrita e strumentale.
Più che di politica malata chi scrive preferisce parlare di società malata ritenendo che se ci si sente attaccati a dei valori, questi ultimi debbano essere difesi e tutelati ogni giorno e non solo quando la cronaca consente di ritagliarsi un pizzico di visibilità. Lo sdegno espresso su un post è meno che aria fritta.
Se c’è un danno culturale, allora lo abbiamo causato noi tutti non valorizzando il nostro patrimonio e consentendo il sopravvento di una quotidiana superficialità sui nostri orizzonti religiosi, sociali e culturali.

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