Elezioni politiche: cacicchi e peones pronti a spartirsi il nostro futuro

Nel malumore della gente che il 4 marzo dovrebbe esprimere il proprio voto riecheggia una frase: “la politica è sempre la stessa”. Un’affermazione rivedibile perché non tiene conto di quanto gli italiani si siano irrigiditi negli ultimi anni. Forse le stesse sono le facce di coloro che partecipano alle varie manifestazioni di questo o di quel partito, a spasso per i paesi del collegio, un po’ come le vacche di Fanfani. Ma diverso è il clima, il modo di partecipare alla vita politica, il linguaggio di candidati ed elettori, l’approccio alle persone che si incontrano per strada, il livello di entusiasmo.
Dieci anni fa bastava una Panda vecchio stile con sopra due altoparlanti per annunciare una manifestazione ed il gioco era fatto: sale riempite in ogni ordine di posti, con giovani ed anziani che discutevano e difendevano a spada tratta il loro leader, applausi a scena aperta, immancabili cene goliardiche post-comizio.
Oggi c’è bisogno di militarizzare, quasi di creare un ambiente da caserma, per “costringere” i simpatizzanti (che poi tanto simpatizzanti non sono) e persino i dirigenti ad essere presenti. Di sbilanciarsi per “difendere” il compagno di partito non se ne parla. Serve coraggio (e talvolta una buona dose di faccia tosta) per affrontare le possibili boccate di fuoco degli interlocutori e di questi tempi coraggio non ce n’è poi tanto.
La confusione, l’incertezza, l’eventualità di una nuova “ammucchiata” dopo lo scrutinio suggeriscono cautela, anche perché la politica ormai sembra regalare troppe delusioni.
In Calabria, in più, la sfiducia è un marchio di fabbrica. Perché la memoria, pronta ad allungarsi e ad accorciarsi come un elastico a seconda dell’oggetto del discorso, non consiglia – al netto dei soliti ingenui che aspettano “il posto” o “il favore” – nuove avventure. Tanto più che la fase di selezione dei candidati ha reso evidente la somiglianza del sistema politico ad un mercato rionale, con pesci in faccia per qualcuno che puntualmente sbatte la porta e promette vendetta.
Il partito con una propria identità ed ideologia non c’è più: ci sono cacicchi e paracadutati, aspiranti onorevoli indicati via internet e nuovi peones, amici delle stanze romane preoccupati solo di difendere la propria poltrona e pronti ad indossare una maschera recitando a soggetto pur di centrare l’obiettivo. Staccati dalla realtà, pronti a fare il “sacrificio” di travestirsi da agnellini per questi ultimi 10 giorni prima di rivomitare arroganza e doppiopesismo già prima che la primavera abbia inizio.
I programmi, ricchi di slogan e poveri di spirito, sono pagine vuote che scansano i veri problemi; i ragionamenti, intrisi di ipocrisia, sono condizionati da tattiche e strategie.
Il voto, insomma, non appassiona se non chi è “contro qualcuno” o chi è “per se stesso” e nella cabina elettorale vuole sfogare la propria frustrazione.
Manca lucidità e soprattutto voglia di guardare al futuro come comunità. Non c’è il senso del collettivo e così, senza prospettive di sviluppo territoriale, si rischia di capitolare individualmente.

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