Dagli ex Lsu/Lpu ai tirocinanti: storie di sofferenze, vite appese, voti e frasi dette a metà

Sono un esercito di lavoratori che sono andati avanti a botte di promesse, speranze e sospiri. Ne hanno passate tante, troppe: dai lunghissimi mesi senza pagamenti ai tentativi di interpretazione di leggi, emendamenti e disciplinari. Un percorso ultradecennale in cui sono diventati essenziali per lo svolgimento dei servizi e che li ha forgiati nell’animo e anche nel fisico. Sono stati anni in cui i quasi 5000 ex Lsu/Lpu sono rimasti appesi alla speranza di un domani senza patemi, anni difficili in cui programmare una spesa extra era un’impresa quasi improponibile. Anni di lotta per preservare il “posto di lavoro” e anche anni di screzi fra loro, fra “chi sta dentro” (gli uffici) e “chi sta fuori”. Anni di critiche, perché la loro precarietà in una terra intrisa di sacrifici e povertà può trasformarsi persino in un’ambizione. Il contratto triennale ha aperto un varco verso il futuro, la partita di questi giorni può essere quella della svolta perché superare questo scoglio significa l’acquisizione delle certezze. I sindaci stanno giocando un ruolo importante, ma anche loro hanno bisogno di certezze (legislative e amministrative) e di prospettive chiare.
Ci sono poi i circa 3.800 tirocinanti che il Natale lo hanno “festeggiato il 28 dicembre”, giorno in cui sono arrivati (per molti ma non per tutti) i bonifici per l’accredito delle spettanze. Combattono la loro personalissima guerra contro l’insicurezza di una posizione che li tiene in bilico, stremati da quegli ultimi 6 mesi che hanno passato fra lavoro e battaglie per il pagamento di quanto dovuto. Non sono mai stati teneri (a parole) con la politica in quanto temono di essere utilizzati (nei fatti) per fini elettorali. Hanno promesso che “il 4 marzo, giorno delle elezioni, ci sarà un altro Natale”: la loro fragilità li espone però alle frasi dette a metà che fanno sognare, ma che poi rischiano di creare solo miraggi. E soprattutto dipendenza.
La Calabria di oggi è rappresentata così da vite appese: bacini di lavoratori che fanno “grandi numeri”, padri e madri di famiglia che rincorrono una tranquillità che spesso pare una chimera, persone pizzicate da chi gli chiede dove sia il concorso alla base del loro “posto”.
Perché qui, in Calabria, la guerra fra poveri e disperati può diventare un investimento per chi sa manovrare i fili del teatro. Una terra che per risollevarsi deve cambiare prima di tutto nella mentalità: dare la colpa alla politica non serve se non si ammette che la politica non è altro che la proiezione della società. E senza una “rivoluzione” di valori nella società non ci sarà nessuna “rivoluzione” nella politica.

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