“Caridi è uno dei registi occulti della ‘ndrangheta, anzi no”: quando l’incertezza del Diritto diventa un cinico gioco al massacro

Oltre diciannove mesi: è questo il tempo trascorso per stabilire che, “sapete che c’è, crediamo che Antonio Caridi non sia, come la Giustizia ha detto e scritto nel corso di questo lunghissimo periodo, uno dei capi dei capi della’ndrangheta”: La vicenda di cui è, suo malgrado, protagonista il già senatore del centrodestra, finito dietro le sbarre del carcere di Rebibbia la sera dell’11 agosto dello scorso anno e rimesso in libertà soltanto nella giornata di ieri, 26 marzo, è ancor più emblematica di quelle tante altre che, negli anni, hanno fatto vacillare la fiducia nell’organizzazione giudiziaria. Lo è per diversi motivi: per l’abnormità dell’accusa, che dovrebbe essere mossa solo in presenza di indizi gravissimi e concordanti, ai limiti dell’assoluta certezza; per la criminale superficialità con cui essa è stata acriticamente sposata da alcuni “resocontisti”; ed ancora perché non erano state sufficienti nemmeno due sonore bocciature da parte della Corte di Cassazione, per provocare la marcia indietro capace, quanto meno, di non dilatare fino a questo punto, il calvario al quale Caridi è stato sottoposto. Qualcuno potrebbe obiettare che, comunque, i magistrati del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, nel disporre la sua scarcerazione, non lo hanno riabilitato completamente avendo messo nero su bianco che, sebbene non partecipe di quella assai presunta cabina di regia della ‘ndrangheta, sarebbe stato in ogni caso uno strumento nelle mani delle cosche al cui perseguimento degli interessi avrebbe concorso da soggetto esterno. Intanto, tra le due contestazioni ci sono vari oceani di differenza, ma resta il fatto che anche l’addebito, così riformulato, sarà da dimostrare in un’aula di giustizia, non in altre sedi. Finito nelle maglie dell’indagine denominata “Mammasantissima”, successivamente confluita nel processo “Gotha”, siederà sul banco degli imputati dopo essere stato in galera per un’eternità. Una condizione resa ancor più insopportabile dalla fragilità e dalla codardia dei suoi ex colleghi di Palazzo Madama che, con imperdonabile sciatteria, si adeguarono, a maggioranza, alla richiesta di arresto, indifferenti all’innocenza proclamata in quella sede dallo stesso indagato. Una tesi, quella secondo cui Caridi sarebbe stato uno degli oscuri tessitori delle trame criminali ordite dalla struttura riservata della ‘ndrangheta, che è stata completamente spazzata via dal Tribunale del Riesame. E questa brutta storia assume contorni ancor più paradossali se a questo puzzle dai colori foschi si aggiunge la decisione, assunta in data odierna dalla V Sezione Penale della Corte di Cassazione, di annullare senza rinvio il provvedimento restrittivo a carico di Paolo Romeo, che di quella “Cupola” sarebbe il detentore delle “chiavi d’ingresso”. Molto spesso si parla, giustamente, dell’assenza di “certezza della pena”, ma, in un quadro così malmesso, ci si potrebbe accontentare anche un passo avanti in direzione della “certezza del Diritto”.

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