Calabria, unica regione d’Italia in cui un candidato presidente si sceglie in base a criteri territoriali

Come negli Stati africani in guerra anche in Calabria i sentieri della politica sono battuti da “soldati” che combattono per difendere il proprio clan di appartenenza e distruggere le tribù avversarie. Magari, nella regione più povera d’Italia non si alzano machete per avere la meglio sull’avversario, ma il gretto principio all’origine di qualsiasi linea di

demarcazione tra “noi” e “loro” è identico: è l’etnia di provenienza, più che le idee, ad indicare il percorso. Non esiste nessun altro luogo, in Italia, in cui i ragionamenti sulla scelta di un candidato alla presidenza della Regione siano sottoposti ad un rigido criterio geografico, ad un inderogabile parametro territoriale. A ricordarcelo, ultimo solo in ordine di tempo, ma altri seguiranno, è stato il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo. Lo ha fatto con il tipico candore di chi sostiene pubblicamente una tesi di cui non intravede, nemmeno in chiaroscuro, la meschinità intrinseca. Anzi, la ammanta, con estrema naturalezza, di un valore, altrove inesistente, ma che da queste parti assume connotati decisivi e addirittura spacciati per nobili. “Io credo che Catanzaro – è la sua rivendicazione intrisa di fierezza mal riposta – debba difendersi proponendo una candidatura alla presidenza della Regione”. “Dopo Cosenza e Reggio Calabria – è sceso nel dettaglio il Primo Cittadino del capoluogo calabrese – credo che questo ruolo di presidente della Regione adesso spetti a Catanzaro, al di là di chi sarà il nome. Credo che sia giusto e che la città lo meriti”. Proprio a conferma di quanto si sia ancora lontani dal concepire questa come una Regione accomunata da un unico destino ed a testimonianza della irresponsabilità di una classe politica inutilmente boccheggiante nel proprio acquario, Abramo ha ammesso con candore superficiale che: “La rotazione è un metodo giusto anche perché, a mio avviso, Catanzaro in questi ultimi anni è stata fortemente penalizzata: se andate a vedere la programmazione della Regione, il 70-80% di tutti gli atti deliberativi della Giunta regionale è per la provincia di Cosenza. A me – ha precisato, come per mettere le mani avanti – non dispiace che nelle altre province arrivino finanziamenti, ma credo che ci debba essere un riequilibrio nella programmazione. Catanzaro ha bisogno di un presidente di Regione che riequilibri e faccia crescere l’intera Calabria”. Magari, e questo non fa altro che rendere ancor più tragicomica la situazione, avrà pure ragione per quel che riguarda casi specifici, ma sfugge ai più il motivo per cui un “rappresentante” catanzarese dovrebbe essere, in quanto tale, garante, di una magnanima equanimità tra le varie aree della regione, ma la questione decisiva risiede nella separazione, mai superata, tra territori che, pure, dovrebbero sentirsi parte di un sentimento collettivo. Un’utopia fin da 1970 che, alimentata da pensieri rozzi come quello espresso dal sindaco di Catanzaro, resterà tale per anche per i decenni a venire.

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